CULTURA

I figli del calzolaio e della sordomuta

L’inedito dello scrittore argentino Adrián N. Bravi, che vive in Italia
ADRIÁN N. BRAVIargentina/italia

Dieci anni fa ho ricevuto una telefonata dagli Stati Uniti. Era un amico d’infanzia di cui non avevo più notizie. Lo ricordavo un ragazzino esile, molto biondo, quasi albino; parlava in un modo strano, come se non avesse ancora imparato la lingua e quando camminava sembrava che andasse sempre di fretta. Il padre faceva il calzolaio e la madre era sordomuta. Erano bassi e magri, sembravano fatti l’uno per l’altra. Avevano messo al mondo un cospicuo numero di figli, uno più stupido dell’altro, diceva il mio amico Gustavo che, durante i pomeriggi di noia si ingegnava a organizzare le più maligne incursioni: ora a lanciare sassi sulla porta di casa dei vecchi Maciccia, che abitavano da soli e ogni volta che sentivano i colpi minacciavano di chiamare la polizia, ora a giocare tra i vagoni abbandonati o a restare il più a lungo possibile sulle rotaie prima dell’arrivo del treno.
«Qualcuno mi ha detto che eri andato a vivere in Italia e ho trovato il tuo numero sull’elenco», mi ha detto Pastelito, che adesso abitava negli Stati Uniti. Era stato lo stesso Gustavo a dargli quel soprannome, perché, appunto, era debole come un pasticcino appena sfornato. Abitava a Filadelfia e aveva messo su una ditta di dolciumi che aveva chiamato proprio così, Pastelito. Anche lui aveva sfornato parecchi figli, come i suoi genitori. E mentre mi raccontava di quando era partito da Santos Lugares, un quartiere di Buenos Aires, quasi fermo nel tempo, e di quanto aveva dovuto penare per avviare la ditta di dolciumi, facendo qualche digressione sui suoi matrimoni falliti, a me era venuto in mente uno dei suoi fratelli.
ERA PIÙ PICCOLO DI LUI e io nutrivo un certo affetto nei confronti di quel ragazzino, soprattutto dopo che un pomeriggio lo avevo visto inginocchiato a pregare davanti a una croce di legno che lo sovrastava, perché il padre, che era un evangelista convinto, lo aveva punito a restare in quel modo fino a quando non avrebbe tirato giù la serranda della sua calzoleria. Quel giorno, mi ricordo, guardavo dal marciapiede il padre che lavorava in bottega, battendo con un martello sulle suole delle scarpe, e nel frattempo il fratello di Pastelito stava lì, in ginocchio accanto a lui mentre ripeteva le preghiere.
«Ma perché tuo padre ti fa inginocchiare tutto il giorno davanti a una croce?» gli avevo chiesto una volta quando era venuto a giocare con noi.
«Perché non vuole che dica le parolacce».
«Allora, tu non le dire o dille dopo, quando lui non ti sente, anzi, dinne qualcuna adesso se vuoi, io le ascolto volentieri».
«No, adesso no, se ne accorgerebbe e se ne accorgerebbe anche mia madre, che è sordomuta, anzi, è lei ad accorgersene per prima».
«Ma come fanno ad accorgersi?»
«Non lo so», e scuoteva la testa, affranto per quella faccenda delle parolacce.
E mentre parlavo al telefono con Pastelito e lui mi raccontava le sue peripezie per avviare la ditta di dolciumi, gli ho chiesto di suo fratello più piccolo, di cui non ricordavo il nome.
«Quale, dei miei fratelli?»
«Quello che tuo padre faceva inginocchiare…»
«AH SÌ, DANIELITO…» ha detto, poi ha fatto una lunga pausa che non presagiva niente di buono e, sapendo che non si poteva sottrarre alla mia domanda e che ero più interessato a Danielito piuttosto che alla sua ditta di dolciumi, ha aggiunto: «Ha avuto una vita travagliata e quelle punizioni di mio padre non sono servite a niente, anzi, da grande è stato lui a punire loro, i miei genitori».
Poi, mentre ci stavamo quasi per salutare con la speranza di rivederci un giorno a Santos Lugares, quando saremmo tornati al nostro vecchio quartiere insieme, ha aggiunto:
«Comunque, dopo tutti i guai che Danielito ha combinato laggiù nel nostro quartiere, l’ho fatto venire a lavorare con me, ma ci è cascato di nuovo e da alcuni anni sta scontando una pena nel carcere di Lewisburg, che si trova a tre ore da qui».
NON RIUSCIVO a immaginare che quello stesso ragazzino in ginocchio davanti a una croce ora stesse dietro le sbarre in un carcere americano. Avrei voluto chiedere a Pastelito cosa avesse combinato, ma non ce l’ho fatta, neanche a chiedergli di salutarlo, se mai si fosse ricordato ancora di me. Poi ci siamo congedati un po’ alla svelta, perché dall’altro capo qualcuno lo sollecitava e da quella volta non ci siamo risentiti più; sennonché, lo scorso novembre, ho ricevuto un’altra telefonata, questa volta dello stesso Danielito, che mi diceva di trovarsi in Italia, sull’autostrada e che se ero a casa sarebbe uscito al casello di Loreto-Porto Recanati per venirmi a trovare. Gli ho risposto con grande sorpresa di sì, che ero a casa, anche se, per un attimo, ho pensato che sarebbe stato meglio mettere una scusa qualsiasi ed evitare l’incontro. Non ho mai avuto a che fare con un ex detenuto che aveva trascorso chissà quanti anni di galera in un carcere americano. Che poi, come aveva trovato il mio indirizzo? Non sapevo che fosse alla portata di chiunque facesse una ricerca sull’elenco telefonico.
MEZZ’ORA DOPO hanno suonato al citofono e quando ho aperto la porta, di fronte a me, c’era un uomo tutto rasato, sulla cinquantina, con una giacca di pelle e un tatuaggio sul collo che riportava il nome di una donna: Pilar. Lì per lì ho fatto fatica ad associare questo soggetto con quel ragazzino inginocchiato con le mani giunte o quello che si accollava a me quando facevo la strada per andare a scuola e si affrettava ad allacciarsi il grembiule bianco, uguale al mio, e a sistemarsi la coccarda, trascinandosi dietro una cartella di cuoio con i quaderni dentro; insomma, uno dei tanti stupidi, come li aveva definiti Gustavo, che componevano quella famiglia di mezzi sordomuti. Ci siamo stretti in un abbraccio.
«QUANTO TEMPO È PASSATO», gli ho detto in spagnolo, la lingua della nostra infanzia.
«Tanto. Quaranta? chissà», ha risposto e poi ha aggiunto, indicando una donna accanto a lui: «Lei è Maggie, la mia compagna americana. Invece, lui è nostro figlio Liam», questa volta ha indicato un ragazzino di circa sei anni che, intimidito, sembrava volersi nascondere dietro le gambe della madre. L’ho osservato bene e attraverso di lui ho rivisto Danielito quando, all’insaputa dei nostri genitori, insieme andavamo a curiosare tra i vagoni abbandonati che stavano dall’altro lato della ferrovia, dove si nascondevano barboni e vagabondi, quelli che noi chiamavamo, con una parola presa in prestito dal piemontese, linyeras (come il Bruno dell’Adalgisa di Gadda, detto el lingera).
Abbiamo parlato della nostra infanzia, di Santos Lugares, delle incursioni a casa dello scrittore Ernesto Sabato, quando giocavamo a nascondino tra gli alberi del suo giardino. Mentre chiacchieravamo, Maggie si era messa a giocare al telefono con Liam. Ho notato che Danielito evitava di andare oltre la nostra infanzia, così come evitava di accennare ai suoi anni trascorsi nel carcere di Lewisburg. Si era sempre mantenuto sul vago, come se non sapesse che il fratello mi aveva riferito tutto o quasi. Forse non voleva tirare fuori il discorso davanti alla famiglia, poiché, ormai, era acqua passata, come, immagino, fosse anche acqua passata il nome che portava tatuato sul collo. Mi ha detto che stavano andando in Puglia, a Gallipoli, a casa di amici e che al loro ritorno si sarebbero trattenuti più tempo da me, se ero d’accordo.
«Comunque, ti chiamo in questi giorni, appena arrivo da quelle parti».
Non so cosa andasse a fare laggiù, né quando sarebbe ripartito per gli Stati Uniti o per l’Argentina. I figli del calzolaio e della sordomuta non davano mai certezze, né da piccoli tanto meno da grandi. Dunque, Danielito, così come è apparso all’improvviso, è scomparso dalla mia vita, come, d’altronde, aveva fatto suo fratello. Non ho saputo più niente di lui. E io, ora che si avvicina l’anno nuovo, da una parte, avrei voluto trascorrere qualche giorno insieme, dall’altra, però, penso che sia meglio così. In fondo, non so chi sia, né lui né Pastelito.

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