INTERNAZIONALE

Tshisekedi ha già vinto, ma fioccano accuse di brogli e proteste. «È il caos»

DOPO LE PRESIDENZIALI IN CONGO
FILIPPO ZINGONEREPUBBLICA DEMOCRATICA CONGO/Kinshasa

Dai risultati provvisori di giovedì sera sembra che la partita per la presidenza della Repubblica democratica del Congo (Rdc) sia già vinta dall'attuale presidente Felix Tshisekedi. La percentuale delle preferenze per la sua ricandidatura, tra i voti conteggiati fino ad ora dalla Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni), è del 76%.
Le proteste però erano iniziate ad urne ancora aperte. I candidati delle opposizioni, già dalla sera del 20 dicembre hanno gridato alla frode. Le irregolarità durante il processo elettorale sono state diverse e documentate da più osservatori: mancanza di personale, mancanza di strumentazione di voto, ritardi nell'apertura dei seggi o addirittura alcuni mai aperti. Sono state denunciate anche violenze in diversi seggi, soprattutto nelle regioni orientali. Il voto che si sarebbe dovuto concludere il 20 dicembre è stato protratto, in alcune circoscrizioni, fino al 26: ritardo che ha causato ulteriori polemiche.
LA MAGGIOR PARTE dei candidati ha definito le elezioni del 20 dicembre come un «caos totale» e hanno accusato il governo e la Ceni di «un'organizzazione fraudolenta della tornata elettorale». Anche gli osservatori delle missioni delle chiese cattoliche e protestanti della Rdc e i pochi osservatori internazionali presenti, hanno dichiarato che «in alcuni luoghi ci sono stati numerosi casi di irregolarità tali da compromettere l'integrità dei risultati dei vari scrutini» come riporta Africanews.
Il presidente uscente, e forse anche entrante, ad ora si trova nella posizione di dover legittimare il processo di voto. Quasi un déjà-vu per Tshisekedi, che una volta vinte le elezioni del 2018 dovette passare i primi mesi di governo a lavorare contro le accuse di frode da parte degli altri candidati.
Cinque degli aspiranti successori in corsa quest’anno, tra i quali il premio nobel Denis Mugwege e Martin Fayulu che già rivendicava la vittoria nel 2018, hanno chiamato i propri sostenitori a scendere in piazza nella capitale mercoledì mattina. Il giorno prima però il ministro degli Interni, Peter Kazadi, ha diramato un comunicato in cui venivano vietate le manifestazioni perché secondo lui avevano «lo scopo di indebolire il processo elettorale: il governo della repubblica non può accettarlo».
NONOSTANTE IL DIVIETO imposto dall'esecutivo, mercoledì mattina diversi manifestanti si sono trovati davanti al quartier generale del partito di Fayulu. Una volta arrivato sul posto anche il candidato, il suo portavoce, Prince Epenge, ha dichiarato: «Siamo qui per denunciare un colpo di stato elettorale. Queste non sono elezioni, è il caos».
Le strade intorno al punto di raccolta però fin dalla mattina presto erano state occupate dai mezzi e dagli agenti delle forze dell'ordine. Dopo qualche ora di relativa calma, intorno alle 11 alcuni sostenitori di Fayulu hanno lanciato pietre verso gli agenti che hanno risposto immediatamente con granate assordanti e lacrimogeni. Nel panico la folla si è diretta verso la sede del partito per trovare protezione. Quando la situazione è tornata alla calma, Fayulu ha accusato le forze dell'ordine di aver ferito 11 suoi sostenitori.
UNA MANIFESTAZIONE breve e piccola, che mostra però le divisioni tra gli esponenti dell’opposizione. Nessuno dei altri candidati che si erano uniti a Fayulu era presente mercoledì mattina e neanche Moise Katumbi, per ora secondo classificato per numero di preferenze, ha deciso di sostenere la protesta. Tutti sembrano aspettare i dati ufficiali, previsti per oggi, prima di agire. Ma la possibilità che al termine dello scrutino possano scoppiare violenze diffuse si fa sempre più concreta.

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