INTERNAZIONALE

Ataturk «persona non grata». Salta la partita a Riyadh

La finale della Supercoppa turca che si sarebbe dovuta giocare in Arabia Saudita è stata annullata dopo l’esclusione di molti tifosi
MURAT CINARturchia/ARABIA SAUDITA/RIYAD

La finale della Supercoppa di calcio turca sarebbe dovuta svolgersi lo scorso venerdì, 29 dicembre, nella città di Riyadh, in Arabia Saudita, se non fosse stato per una crisi diplomatica che ha sconvolto i piani.
LA FEDERAZIONE calcistica turca (Tff) aveva annunciato già a ottobre che la partita - durante la quale si sarebbero dovuti sfidare Galatasaray, campione in carica dello scudetto, e Fenerbahçe, vincitore della coppa nazionale - si sarebbe tenuta in Arabia Saudita. Tuttavia, nonostante le squadre avessero dato mandato alla Tff di scegliere la sede, l’opzione di Riyadh, motivata dai profitti elevati, non era stata accolta con entusiasmo da queste due storiche squadre di Istanbul. La scelta della data, fissata durante il calendario del campionato nazionale, aveva creato discussioni nel mondo del calcio e tra i tifosi che non avrebbero potuto assistervi. Il Tff, oltre a vantare i benefici economici, ha giustificato la scelta sottolineando che alcuni paesi europei, come Germania e Inghilterra, non potevano garantire la sicurezza e quindi si rifiutavano di ospitare la finale.
Inizialmente, a novembre, sia il comitato direttivo del Fenerbahce che quello del Galatasaray, avevano chiesto alla Tff di spostare la partita in Turchia, considerando che il 2023 avrebbe segnato il centenario della Repubblica. Tuttavia, le richieste erano state respinte. Nonostante ciò, entrambe le squadre si erano recate a Riyadh con l’intenzione di giocare la partita. Pochi minuti prima dell’inizio, tuttavia, aè arrivata la notizia he ad alcuni tifosi veniva impedito l’ingresso nello stadio dalle autorità saudite, perché intonavano l’inno nazionale turco e indossavano magliette raffiguranti Mustafa Kemal Ataturk, il padre fondatore della Repubblica.
POCO PRIMA dell’inizio, Eray Yazgan, segretario generale del Galatasaray, lo ha confermato: «Le autorità saudite non permettono di intonare il nostro inno nazionale, di esporre striscioni con le citazioni storiche di Ataturk («Pace in casa, pace nel mondo») e non consentono ai nostri giocatori di riscaldarsi con magliette che lo raffigurano». Riyadh Season, che organizzava l’evento, ha rifiutato di intervenire, sostenendo che le richieste non fossero nel protocollo stabilito. Le squadre hanno deciso di non giocare: i calciatori sono tornati negli spogliatoi e la polizia saudita ha confiscato striscioni e magliette ai tifosi. Durante una diretta tv, un giornalista di Fox è stato minacciato di arresto mentre documentava gli eventi fuori dallo stadio.
Sui social media, una protesta contro il Tff è esplosa rapidamente: i tifosi chiedevano le dimissioni del presidente Mehmet Buyukekci e criticavano il "governo" saudita. Poco dopo, giocatori e staff delle squadre rivali sono tornati a Istanbul su un aereo privato, accolti da migliaia di persone con bandiere turche e immagini di Ataturk.
CONTEMPORANEAMENTE, il ministro della Giustizia Yilmaz Tunç ha annunciato l’avvio di un’indagine su chi diffonde «disinformazione» e «minacciava i valori religiosi». Il giorno successivo, ha confermato l’arresto temporaneo di una persona per i messaggi che aveva mandato su quello che era successo a Riyadh. E vari personaggi vicini al governo attivi sui social hanno accusato le due squadre di aver pianificato tutto con l’intenzione di sabotare la partita, mossi da sentimenti di arabofobia e islamofobia. Anche Ozgur Ozel, nuovo segretario generale del principale partito d’opposizione, il Chp, partito fondatore della Repubblica, ha criticato l’accaduto: «È una situazione imbarazzante. Il principale responsabile è il presidente della Repubblica. Avrebbero potuto organizzare la partita ovunque, tranne che in Arabia Saudita».
Nella Turchia odierna la figura di Ataturk rimane intoccabile e indiscutibile sia dal punto di vista legale che culturale. A ciò si aggiunge il profilo politico non laico dell’Arabia Saudita, un paese governato da una famiglia che, con alti e bassi, mantiene buoni rapporti con il governo turco attuale, il quale sostiene tutto fuorché la laicità, che rimane però un tema di grande importanza per una parte della società turca.

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