EUROPA

Tusk pronto a rivedere il fondo per la chiesa polacca

Il premier dovrà trovare un compromesso nella coalizione per ridurre i vantaggi del clero
GIUSEPPE SEDIA polonia

Il governo guidato da Donald Tusk ha annunciato questa settimana la creazione di un gruppo di lavoro interparlamentare per la liquidazione del Fondo ecclesiastico. Si tratta di un vecchio pallino dell’ex presidente del Consiglio europeo, il quale aveva già provato a sbarazzarsene durante il suo secondo incarico da premier nel 2013. Conciliante la reazione dei vertici ecclesiastici polacchi giunta venerdì sera attraverso la Conferenza episcopale polacca (Kep) con una nota inviata all’agenzia di stampa Pap: «In merito al progetto di sostituire il Fondo ecclesiastico con altri strumenti di carattere giuridico-fiscale, la chiesa cattolica è aperta al dialogo».
NON SARÀ FACILE conciliare le diverse anime della coalizione di governo. A Tusk e ai suoi il compito di trovare un compromesso che soddisfi al contempo i democristiani ruralisti del Partito popolare polacco (Psl) e gli esponenti di Lewica (Sinistra). Quello che è certo è che tutti i partiti della coalizione concordano sul fatto che i contributi alla chiesa debbano essere versati su base volontaria dai singoli cittadini. Da lì l’idea di creare una sorta di «ottoxmille facoltativo», la cui somma accumulata andrebbe a compensare la scomparsa del Fondo ecclesiastico istituito nel lontano 1950 dal governo della Polonia socialista per offrire risarcimenti al clero in seguito alla statalizzazione dei beni ecclesiastici. Ma è soltanto negli anni Novanta con la transizione al capitalismo che ha assunto la sua attuale fisionomia: uno stanziamento di risorse messe a disposizione dal governo e ritoccato ogni anno sulla base dell’aumento del salario minimo per coprire le crescenti spese di previdenza sociale del clero e delle oltre 180 associazioni religiose presenti in Polonia. In linea teorica esso viene inoltre impiegato per finanziare interventi di restauro dell’edilizia sacra nel Paese sulla Vistola.
LA MESSA AL BANDO del Fondo ecclesiastico non comporterebbe comunque un disimpegno totale dello stato polacco nei confronti degli ecclesiastici: il governo continuerebbe a pagare le ore di religione nelle scuole e la chiesa polacca a non versare tasse di proprietà allo stato.
La chiesa in Polonia ha reagito in modo pacato all’annuncio di Tusk senza inasprire i toni forse anche per evitare che vengano messi in discussione gli altri benefici e vantaggi di cui continua a godere. Soltanto nel caso in cui le iniziative dell’attuale governo dovessero intaccare i termini del Concordato tra Polonia e Vaticano del 1993, la Kep potrebbe fare la voce grossa nei confronti dell’esecutivo di Tusk. L’articolo 12 dell’accordo di Varsavia con la santa sede prevede l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. La ministra dell’istruzione Barbara Nowacka ha dichiarato che due ore a settimana sono un’«esagerazione» e ne vorrebbe una sola. La leader della formazione Inicjatywa Polska (Iniziativa polacca), alleata di Tusk, vorrebbe inoltre che il voto di religione non faccia media anche per chi decida di avvalersi di tale insegnamento.
SECONDO I DATI FORNITI dall’Istituto di statistica della chiesa cattolica Sac, nell’anno scolastico 2022-2033 in media solo un alunno su cinque ha rinunciato alle lezioni di religione. Ecco perché il dimezzamento proposto dal governo garantirebbe un risparmio significativo per le casse pubbliche. Difficile invece fare una stima delle potenziali perdite per la chiesa locale in seguito alla scomparsa del Fondo ecclesiastico. Tutto dipenderebbe dalla quota annuale del reddito destinabile al clero, nonché dal numero di fedeli disposti a finanziare ogni anno la chiesa di tasca propria. Intanto per il 2024 lo stato polacco aveva già deciso da tempo di mettere sul piatto la cifra record di 257 milioni di zlotych (59 milioni di euro circa ndr). Date queste premesse la scomparsa del Fondo ecclesiastico potrebbe diventare realtà non prima del 2025.

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