INTERNAZIONALE

Morti a Gaza, per gli espertile cifre di Hamas sono fedeli

DATI ATTENDIBILI ANCHE PER L’ESERCITO ISRAELIANO
ANDREA CAPOCCIisraele/Gaza

Alla data del 29 dicembre, secondo il ministero della salute di Gaza le vittime dei bombardamenti israeliani sono state 21.507. Oltre che per la su dimensione, che corrisponde a oltre 250 morti al giorno in media, il numero esatto è straniante nella sua apparente precisione. Ma ci si può fidare delle cifre fornite da funzionari che fanno capo ad Hamas, cioè a una delle parti in causa?
Nella prima fase del conflitto, in tanti hanno invitato a prendere i dati con le pinze. «Non ho alcuna fiducia che i palestinesi dicano la verità sui loro morti» disse per esempio il presidente statunitense Joe Biden il 25 ottobre. Con il protrarsi dei bombardamenti tenere in piedi un sistema informativo affidabile è diventato via via più difficile per le autorità gazawi. Paradossalmente, i dubbi sulle cifre ufficiali si sono invece progressivamente diradati. Lo stesso Biden ha dovuto scusarsi per le sue affermazioni. Oggi, secondo gli esperti, le cifre fornite da Hamas sulle vittime dei bombardamenti sono sostanzialmente corrette. Non lo affermano solo gli alleati della causa palestinese, ma anche gli osservatori internazionali, i ricercatori specializzati nelle analisi demografiche, e gli stessi militari israeliani.
PER RISPONDERE allo scetticismo di Biden, all’inizio di novembre Hamas ha pubblicato i nomi, l’età e il numero del documento di identità di ciascuna delle settemila vittime dei bombardamenti registrate al 26 ottobre. Diversi ricercatori hanno analizzato quell’elenco per verificarne l’autenticità. Lo hanno fatto per primi Michael Spagat, professore di economia alla Royal Holloway University di Londra, e Daniel Silverman, docente di scienze politiche all’università Carnegie Mellon di Pittsburgh (Usa). Spagat e Silverman hanno confrontato la distribuzione per età e per sesso delle vittime dichiarate e quella della popolazione della Striscia e hanno evidenziato che tra le vittime maschili l’età compresa tra i 30 e i 34 anni appare sovra-rappresentata, un dato plausibile visto che molti combattenti caduti ricadono proprio in quella fascia. Al contrario tra le donne, che raramente partecipano alle azioni militari di Hamas, il profilo delle vittime è lo stesso della popolazione femminile di Gaza, come ci si aspetterebbe da una lista autentica di vittime collaterali di bombardamenti indiscriminati.
UNO STUDIO PIÙ RIGOROSO è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista Lancet da Zeina Jamaluddine, Francesco Checchi e Oona Campbell, ricercatori presso la London School of Hygiene and Tropical Medicine con una lunga esperienza nelle analisi demografiche e di sanità pubblica in contesti disagiati o in guerra, in particolare in Medio Oriente. I tre studiosi hanno confermato le conclusioni di Spagat e Silverman sulle classi di età. In più, hanno verificato la coerenza tra l’età denunciata delle vittime e i rispettivi numeri di carta di identità. Rimane ovviamente possibile inventare di sana pianta le generalità di presunte vittime a scopo di propaganda. Ma farlo per settemila persone producendo statistiche verosimili per età e genere è ben più difficile. «Consideriamo implausibile che queste caratteristiche possano emergere da dati manipolati» è il parere dei ricercatori.
Gli autori dello studio di Lancet hanno provato a stimare il numero delle vittime civili sulla base dei dati forniti da Hamas. «Le vittime minorenni, gli ultrasessantenni e le donne di età compresa tra i 18 e i 59 anni (gruppi sociali che probabilmente includono pochi combattenti) rappresentano il 68,1%» secondo la banca dati di Gaza: almeno due vittime civili per ogni militante ucciso. La classe di età più colpita è quella tra i 5 e i 9 anni di età, che a causa del conflitto ha un rischio di mortalità 167 volte superiore rispetto ai tempi di pace.
LE FONTI UFFICIALI israeliane non offrono versioni radicalmente diverse. Dopo i primi due mesi di guerra, quando le autorità di Gaza denunciavano circa 16.000 vittime complessive, gli stessi portavoce dell’esercito israeliano confermavano di aver eliminato circa 5.000 militanti e ritenevano «incredibilmente positivo» un rapporto di due a uno tra vittime civili e militari. Il 26 dicembre, il ricercatore Kobi Michael dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale dell’università di Tel Aviv al quotidiano israeliano Haaretz ha stimato in «oltre 8.000» i combattenti di Hamas uccisi, aggiungendo che rappresenterebbero tra il 40 e il 50% delle vittime totali, in linea con le oltre ventimila vittime complessive dichiarate da Hamas. Anche le autorità internazionali ritengono realistiche le cifre sulle vittime fornite dalle parti in causa. «Forse non sono aggiornate minuto per minuto, ma riflettono grosso modo i numeri dei morti e dei feriti su entrambi i lati del conflitto» ha detto Mike Ryan, direttore del programma di emergenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. «Tutti utilizzano le cifre del ministero della sanità di Gaza perché si sono già dimostrate affidabili», ha detto al Washington Post anche Omar Shakir, direttore per Israele e Palestina della Ong Human Rights Watch.
Shakir fa riferimento all’ultima campagna di bombardamenti israeliani su larga scala contro Hamas, l’operazione «Margine di protezione» dell’estate del 2014, quando le autorità palestinesi denunciarono 2.322 vittime dei raid: le stime indipendenti dell’Onu e dei think tank israeliani differirono di poche decine di morti. Lo confermano anche gli autori dello studio di Lancet: «Gli esami sui dati del ministero della sanità nel 2014 hanno provato la loro accuratezza e non rileviamo motivi evidenti per dubitare della validità dei dati attuali». Molti membri dello staff ministeriale, ricorda Cambpell, si sono formati negli Usa e lavorano sodo per garantire la fedeltà dei dati. Piuttosto, il rischio è che il numero delle vittime palestinesi sia ancora più elevato delle cifre dichiarate. «È possibile - scrivono i ricercatori - che le fonti ufficiali sottostimino la mortalità a causa degli effetti diretti della guerra sul sistema di acquisizione dei dati: per esempio, l’omissione delle persone i cui corpi non sono stati recuperati o portati negli obitori».

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