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Non fatevi illusioni sulle Cop, non salveranno il pianeta

FEDERICO M. BUTERAemirati arabi /dubai

Le fonti fossili, si sa da sempre, sono la causa principale del cambiamento climatico, con tutti i suoi effetti devastanti, eppure finora nelle Cop non si era neanche osato nominarle. E quindi si esulta per il solo fatto che alla Cop 28 a Dubai finalmente si nominano, e si dice che bisogna attivare un processo di transizione che ce ne allontani. Ma con calma, ordinatamente e senza nessun impegno preciso, nessuna indicazione quantitativa, nessuna scadenza temporale. Una dichiarazione che non sposta nulla. Dunque un’altra Cop che fallisce, come tutte quelle che l’hanno preceduta, al di là delle promesse scaturite da alcune di esse.
Perché le Cop falliscono sistematicamente? La risposta, inutile girarci intorno, sta nella incompatibilità intrinseca fra gli obiettivi che dovrebbero raggiungere e il modello economico e culturale che governa il mondo: il modello capitalista neoliberista. Questo modello, infatti, pretende che la transizione energetica si realizzi secondo le sue regole, cioè solo se genera profitto, tanto e subito.
Una bella pretesa. È come se ci trovassimo al capezzale di un malato grave e lo curassimo solo se curarlo ci procura un profitto, tanto e subito. Nel nostro caso il malato è il pianeta, e col pianeta anche noi, che ne siamo parte integrante. Ma al capitalismo questo non interessa, per i principi su cui si fonda (il libero mercato, governato dall’avidità), e perché i suoi massimi beneficiari sono quelli che hanno in mano il potere economico e finanziario. Si tratta di quel 10% della popolazione mondiale che, come rivela il Fondo Monetario Internazionale, detiene il 76% della ricchezza globale (mentre al 50% più povero resta solo il 2%) e che intasca il 52% di tutto il reddito (la metà più povera riceve solo l'8,5%). E se non bastasse, lo stesso 10% è responsabile di circa il 50% delle emissioni globali, contro l’8% del 50% più povero, come riferisce Oxfam. E questo 50% più povero, che di fatto non ha contribuito al cambiamento climatico, è anche quello che più soffre dell’aumento degli uragani, delle siccità prolungate, delle sempre più frequenti alluvioni, delle ondate di calore, perché non ha le risorse per riprendersi dalle catastrofi, ed è condannato a malattie, fame, morte, migrazioni.
Già, perché degrado ambientale e disuguaglianza economica e sociale vanno insieme e hanno la stessa causa, la stessa matrice: il modello economico e culturale, basato sullo sfruttamento senza limiti delle risorse umane e naturali, e che si chiama capitalismo neoliberista. Ecco perché le Cop non possono non fallire: il loro successo, il successo di una vera transizione energetica, di un percorso di cura del malato, è incompatibile con la massimizzazione del profitto. Ecco perché il capitalismo si comporta come un dragone che di fronte al pericolo che gli si possano mettere delle limitazioni, che si voglia realmente fare la transizione energetica, esplica tutta la sua potenza di fuoco, con tutti i mezzi, anche i più subdoli. E così a Dubai mette in campo, accanto alla ormai scontata resistenza alla riduzione dell’uso delle fonti fossili, la cattura e lo stoccaggio sottoterra della Co2 - tecnica costosa che promette di continuare a usare carbone, petrolio e gas senza immettere Co2 in atmosfera, ignorando l’opposizione di gran parte della comunità scientifica per i rischi che comporta, e incurante del fatto che è una opzione tecnologica puramente dilatoria, che scarica il problema alle generazioni che verranno; riesuma il nucleare, col miraggio di reattori piccoli e modulari che non esistono ancora e forse non esisteranno mai e della solita mitica fusione attesa da un decennio all’altro.
Insomma, tutto pur di non porre alcun limite al consumo di energia, che deve aumentare indefinitamente, in coerenza con l’ossessione per la crescita, la crescita del Pil. Aumento dei consumi energetici per fare cosa? Per aumentare senza limiti la produzione di beni, sostenuta dal consumismo compulsivo, con conseguente aumento senza limiti della estrazione di risorse, inorganiche e organiche, in un pianeta in cui esse sono invece limitate. Un approccio che è la causa della crisi ambientale.
E naturalmente non si deve parlare di pagare per le proprie responsabilità, usare una parte delle ricchezze accumulate per aiutare chi subisce il danno senza averlo provocato, perché l’avidità, il motore del capitalismo, non permette di eseguire il travaso senza un immediato profitto, e così il pur minimo contributo di 100 miliardi di dollari all’anno dai paesi ricchi quelli poveri, concordato a Glasgow, è stato solo in piccola parte elargito, e a Dubai si è preferito impegnarsi invece a creare un fondo per aiutare i paesi più vulnerabili a riparare i danni causati dai guasti climatici.
Già, perché i 100 miliardi sarebbero destinati alla mitigazione del riscaldamento globale, alla necessaria cura del pianeta malato, ma senza produrre un profitto a breve, mentre riparare danni è un bel business, lo insegna anche la guerra.

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