VISIONI

I ragazzi irresistibili, la rivalità fra attori e il senso delle relazioni

Due vecchie glorie del palcoscenico, gli sgarbi, il mondo dello spettacolo
GIANFRANCO CAPITTAITALIA/pistoia

Vanno ancora rodando la loro tournée, ma tra un paio di settimane saranno a Milano (dal 16 gennaio allo Strehler). Dovunque del resto mietono un successo caloroso, perché quello che per molti spettatori è nella memoria un film divertente e famosissimo (con Lemmon e George Burns diretti da Herbert Ross, ma poi anche Woody Allen non ha disdegnato con Peter Falk di interpretare quel testo), arriva in teatro con un duo di super assi davvero «irrestibili» sulle nostre scene, la grandiosa «vecchia guardia» di Umberto Orsini e Franco Branciaroli. Da veri «irresistibili», quasi mostruosi (sulle nostre scene al loro livello stanno probabilmente solo Massimo De Francovich e Glauco Mauri) assumono quasi autobiograficamente il loro confronto/scontro, due «vecchi attori» ancora mirabilmente giovani e scattanti sulla scena.
LA STORIA del testo è notissima: la nuova proposta per due vecchie glorie del palcoscenico, di riprendere, per un grande varietà televisivo, una scena da una loro antica e comune interpretazione, da Ragazzi irresistibili appunto. Ma quella scena che aveva dato a entrambi un successo oceanico, ha segnato anche la fine della loro carriera comune, per una sorta di «sgarbo» che una volta uno dei due avrebbe sentito perpetrato dall'altro contro di sé. Come del resto nelle storie non rare che si sentono raccontare nel mondo dello spettacolo...
Il testo di Neil Simon è normalmente quanto ingiustamente relegato (per pigrizia o ignavia da parte della critica) nel reparto «divertimento» del teatro, mentre lo scrittore e sceneggiatore dimostra qui, ancora dopo tanti anni, una capacità quasi diabolica nel divertire il pubblico ponendo questioni non secondarie sui rapporti tra le persone.
I numeri che i due amici/nemici si fanno uno contro l'altro, in una impossibile gara a chi dei due sia più furbo, tracciano un percorso infinito nelle capacità, nei valori e nei sentimenti umani, certo non solo dei personaggi in scena. I due grandi attori di questa edizione, per altro, si sono rivolti per la regia a un loro collega, di più giovane generazione e formazione, che anche quella funzione teatro da qualche anno coltiva, con grande cura, ovvero Massimo Popolizio.
Ma non c'è pericolo che anche per lo spettatore, che molto probabilmente si sarà trovato almeno una volta a fare una «furbata» perfino nei confronti dell'amico più stimato, questo comporti una chiusura nello spazio del palcoscenico. Lo scontro in scena rimbomba, come le proprie risate, nell'orecchio del pubblico, che non può evitare di riconoscersi, almeno in parte o in qualche circostanza, in quel rapporto che la reciproca confidenza può spingere «istintivamente», dalla consuetudine all'odio.
Ad accrescere l'effetto «spettacolare» del testo, la sua presa inossidabile su chi vi prende parte, c'è innanzitutto la bravura davvero eccellente dei due protagonisti, la plausibilità della storia, e la costruzione da parte di Simon di una vicenda per gradini successivi, che implacabili rivangano in maggior profondità ad ogni verifica, quello che c'è stato tra i due, la loro rivalità e il piacere sadico di far capitolare l'altro, una sorta di corsa a premi attraverso il successo, che peraltro rimane tale solo se condiviso e collaborato assieme.
La proposta di riprendere dopo tanto tempo, e per di più in tv, quello sketch che li ha resi famosi negli anni, e appunto irresistibili come da titolo, finisce così con l'incagliarsi nella loro sete furbetta di sgambetti, di speranze malriposte, di reciproche scuse che non arrivano mai a maturare in profondità, neanche dopo tanti anni.
NELLA SCENA funzionale di Maurizio Balò e nei costumi di Gianluca Sbicca che rivangano un passato che non passa, il duello tra i due si consuma, e potrebbe andare all'infinito. Con la sensazione globale, da parte dello spettatore, di aver visto rispecchiato in scena una condizione umana insopprimibile, che chissà quante volte ognuno può avere attraversato. Magari ridendo, anche disperatamente, di se stesso. Come Neil Simon ancora ci ricorda.

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