VISIONI

Demetrio Stratos, ricerca vocale ai limiti dell’impossibile

L’archivio dell’artista ha trovato casa a Ravenna, un’esposizione e una «sala immersiva» per scoprirlo
GIANNI MANZELLAITALIARavenna

Per chi era ragazzo in quei turbolenti anni settanta del secolo scorso, il nome di Demetrio Stratos evocava facilmente quel Pugni chiusi non ho più speranze degli esordi pop con i Ribelli che pure lasciava intravedere la pulsione verso un uso assai poco convenzionale della voce, capace di arrampicarsi sulle vocali fino a farle scoppiare. Poi era venuta la sperimentazione con la band degli Area, al punto di fusione calda fra i generi e certo fra le esperienze più innovative di quegli anni; per finire con l’ultima ricerca sonora spinta sempre più in là, «fino ai limiti dell’impossibile» affermava lo stesso artista. Esperimenti per voce sola sui suoni più acuti, cercando di prendere tre o quattro note alla volta, di lavorare sugli armonici... prima del silenzio.
SONO ANCHE gli anni su cui coerentemente si concentra la mostra dedicata alla «ricerca vocale di Demetrio Stratos 1970-1979», presentata nei metamorfici spazi di Palazzo Malagola, a Ravenna, ancora visitabile fino al 22 dicembre, sotto la cura di Ermanna Montanari insieme a Enrico Pitozzi che di Malagola sono anche i direttori. La Scuola di vocalità e centro studi internazionale sulla voce, come recita la dizione ufficiale, è cresciuta. Al secondo anno di attività, il «luogo in potenza» ha consolidato la propria realtà di scuola di «alta formazione» nel campo della creazione vocale e sonora. Seminari, incontri, un corso strutturato a moduli riservato solo alla quindicina di ammessi ogni anno, intrecciando pratica e teoria. E può aprirsi maggiormente all’esterno, sulla scia lasciata dall’apparizione di Meredith Monk, ad aprile dell’anno scorso.
Amorevolmente progredire, amorevolmente regredendo – dice l’enigmatico esergo che funge da titolo in cima al pannello di presentazione della mostra, nell’atrio di ingresso. Ma lo sguardo corre dall’altra parte, verso l’altro grande pannello inquadrato nello stretto vano di una porta, dove campeggiano «le bocche» di Demetrio Stratos, la celebre sequenza fotografica di Silvia Lelli che ingigantisce diverse espressioni della bocca dell’artista. Tanto diverse da essere di per sé un manifesto della sua versatilità espressiva.
E PASSANDO da una sala all’altra, ecco scorrere sotto gli occhi una selezione dei materiali dell’archivio che il Comune di Ravenna ha acquisito un anno fa dalle eredi dell’artista e nel frattempo è stato completamente digitalizzato. Pagine sottolineate dei suoi libri. Immagini delle performance di quegli anni. Lettere e biglietti di invito. Manoscritti preparatori. Pensosi ritratti. I grandi manifesti dei concerti. Per arrivare nella sala dove ci si aggira ascoltando in cuffia i Mesostics, la partitura sonora creata proprio per Stratos da John Cage a partire dalla consultazione dell’oracolare I Ching. E in fondo si apre una saletta cinematografica dove si proiettano estratti video: ecco riemergere dalle teche Rai, per la nostra emozione, l’indimenticabile Cathy Berberian che improvvisa una serie di velocissimi cambi di voce.
Ma l’epicentro della mostra, se così si può dire, concreto e concettuale al tempo stesso, è la «sala immersiva» riservata a un ascolto non distratto, destinata a rimanere anche in futuro in uso a Malagola. Uno spazio a pianta circolare immerso nell’oscurità. Non grande, tutto rivestito di materiale fonoassorbente per rendere ottimale la resa dei suoni che provengono da piccoli altoparlanti che corrono sospesi tutto intorno. Potrebbe ricordare l’interno di una jurta mongola, con quella cupola che si allunga a cono verso la cima, da dove proviene un’unica fioca luce. Sarà la suggestione dei viaggi geografici-musicali della voce, partiti dalla Alessandria d’Egitto della prima giovinezza di Stratos, ancora greca e multiculturale, per allargarsi all’intera Asia. Estratti da Metrodora e Cantare la voce. Una versione ancor più delirante del forsennato Pour en finir avec le jugement de Dieu di Antonin Artaud. Un giocoso scontro vocale di Cowboys and Indians.
TORNANO allora in mente le sue ultime esibizioni in teatro, all’Elfo di Milano o al Sanleonardo bolognese che dieci anni dopo sarebbe diventato lo spazio di Leo de Berardinis. O la partecipazione alla rassegna di poesia sonora curata da Arrigo Lora Totino all’interno della II settimana della performance dedicata alla post-avanguardia teatrale, nei giorni in cui il Treno di Cage andava «alla ricerca del silenzio perduto» proprio sulla tratta fra Bologna e Ravenna. E si rivede la serietà e il rigore cronometrico del cantare di Demetrio Stratos, alla soglia della sofferenza fisica, a confronto dell’entusiasmo del pubblico per le variazioni vocali di Adriano Spatola che declamava un suo giocoso Aviation-Aviateur mentre una pioggia di aeroplanini di carta cadeva dall’alto. Quello che conta non è però una memoria personale quanto l’improvviso aprirsi di una foresta incantata che come nelle fiabe giace un po’ dimenticata in un immobile gelo, in attesa che qualcuno la riporti in vita.

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