CULTURA

«Romanistan», il viaggio a ritroso di un popolo senza patria

UN DOCUMENTARIO, UNA MOSTRA, UN LIBRO
LINDA CHIARAMONTEITALIA

Una carta geografica dell’Italia e dell’Europa dell’est con il tracciato segnato da tante ruote rosse, simbolo della bandiera del popolo rom, che si spingono fino all’India. Inizia così il film documentario Romanistan dell’artista Luca Vitone che ripercorre a ritroso il viaggio fatto nei secoli dalla comunità rom. La troupe, composta da otto persone, operatore, direttore della fotografia, fonico, produttore e autisti, parte il 25 maggio 2019 da Bologna perché proprio nella Biblioteca Universitaria della città è custodito il più antico documento, datato 18 luglio 1422, che attesta la presenza dei rom sul territorio italiano. Il titolo è ispirato all’idea utopica di Manush Romanov su un possibile paese rom.
LA PRIMA INQUADRATURA è sul ciclo di affreschi Storia della vita di San Benedetto (1502) nel convento dei Santi Severino e Sossio a Napoli di Antonio Solario, detto lo Zingaro, uno dei primi artisti rom europei di cui abbiamo testimonianza. Lungo il percorso si susseguono pianure, mari, monti e deserti e tanti incontri con alcune personalità della comunità: attivisti, parlamentari, docenti, giornalisti, avvocati, pedagogisti. Quasi 12mila chilometri in quarantadue giorni per raggiungere Chandigarh, capitale del Punjab indiano, dove agli inizi degli anni ’70 è nato l’Istituto Indiano di Studi Romanì. Il paesaggio è protagonista della narrazione insieme ai suoni e alla musica che cambiano e si arricchiscono nei diversi paesi che attraversano. Una cultura poco conosciuta quella rom e ancora considerata straniera nonostante sia presente da circa sette secoli. Un popolo che durante la Seconda guerra mondiale ha subìto uno sterminio, non ancora riconosciuto, e che è sempre stato represso e discriminato.
Fra gli ospiti anche Santino Spinelli musicologo, musicista, linguista e docente universitario, rappresentante italiano della International Romani Union, che ha fatto da mediatore e accompagnatore per un tratto del viaggio. Una comunità senza un territorio, la cui lingua è parlata da circa ventidue milioni di persone nel mondo. Il romanì deriva dall’antico sanscrito che via via si è arricchito di parole acquisite nei diversi stati. Luca Vitone definisce la storia dei rom «senza certezze, osservata dagli altri e mai da loro stessi. Su di loro c’è sempre stato lo sguardo altrui, sono stati visti da altri occhi, per questo è una storia fragile e opinabile».
IL DOCUMENTARIO non dà riferimenti precisi sui luoghi, ci sono elementi riconoscibili che li suggeriscono mentre le immagini scorrono dal finestrino dell’auto, manca la voce fuori campo «per essere il meno presente possibile. È un film astratto in cui non si vuole prendere la parola ma darla ai rom, darla a chi non ne ha avuta nella storia», spiega Vitone. La musica, che è la forma artistica più facile da trasportare, incarna bene questa cultura che si basa sull’oralità, (è stata una lingua senza alfabeto fino alla seconda metà del ’900) aprendosi alle contaminazioni, tanto che l’inno Gelem Gelem ha due versioni molto diverse, una europea balcanica e una iraniana.
Romanistan è un progetto vincitore dell’Italian Council ideato nel 2009 e realizzato nel 2019, promosso dal Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato. Oltre al film ha dato origine ad una mostra, una serie fotografica e un libro d’artista pubblicato da Humboldt Books con una cartografia realizzata insieme a Luca Ghedo Ghedini e un diario di viaggio curato da Daniele Caspar. Il manifesto ha pubblicato il resoconto settimanale del viaggio in sei puntate. Dopo essere stato presentato al Cinema Massimo, Museo del Cinema di Torino, Romanistan sarà proiettato il 30 novembre a Pescara.

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