EUROPA

Spagna, Puigdemont indagato mentre tratta con Sánchez

Verso il governo, al centro dei colloqui l’amnistia. Ma i giudici si mettono di traverso
LUCA TANCREDI BARONESPAGNA

L’accordo definitivo per l’investitura di Pedro Sánchez come futuro presidente del governo spagnolo si avvicina. Ma, nonostante in mattinata sembrasse che la firma dovesse arrivare ieri sera, alla fine i socialisti non sono ancora riusciti a limare tutte le asperità con l’ultimo dei partiti che dovranno dare il proprio sì: Junts. Il partito guidato dall’ex presidente catalano e attuale eurodeputato Carles Puigdemont rimane recalcitrante. Sono gli ultimi dettagli della legge di amnistia a rappresentare il punto più problematico di questo lunghissimo negoziato.
NEI GIORNI SCORSI il Psoe ha chiuso l’accordo con i soci di Sumar, la coalizione di sinistra, e poi ha trovato la quadra con tutti i partiti più piccoli, compresi i catalani di Esquerra republicana. Che non solo hanno ottenuto l’agognata amnistia su tutti i reati legati ai fatti del referendum dell’1 ottobre 2017, includendo tutti gli attivisti che per molti mesi hanno protestato, illegalmente, contro il governo spagnolo e a favore dell’indipendenza. Ma hanno anche, pragmaticamente, ottenuto una serie di obiettivi molto tangibili: la riduzione del 20% dei debiti (e dei rispettivi interessi) di tutte le comunità autonome verso il governo centrale (ovviamente, compresa la Catalogna che Esquerra governa e che è quella più indebitata), e il bramato passaggio di una parte delle competenze sulle infrastrutture ferroviarie, oltre a fondi per altre iniziative come un rafforzamento della polizia locale, i Mossos, o la ricerca.
ANCHE I PARTITI nazionalisti baschi e galiziani hanno ottenuto impegni da parte dei socialisti, che presto si concretizeranno nella legge di bilancio: il primo grande scoglio del futuro governo. I socialisti si sono infatti affrettati a precisare che gli accordi sono “di legislatura” e non solo per il sì a Sánchez. La maggioranza sarà così variopinta e il margine così piccolo che ogni iniziativa legislativa del nuovo governo dovrà essere ben calibrata per superare le forche caudine del voto nel Congresso.
Ma per ora rimane il nodo Junts: nonostante il viaggio a Bruxelles del numero tre socialista, ancora non è stato raggiunto un accordo finale sulla portata dell’amnistia. Esistono infatti una serie di persone che sono state imputate solo per il fatto di essere indipendentiste, ma che non hanno a che fare direttamente con l’1 ottobre. Esempio paradigmatico è la stessa presidente del partito Junts: Laura Borrás, ex presidente del Parlament catalano che fu costretta a dimettersi per essere stata imputata (e condannata in primo grado a 4 anni e mezzo di carcere e 13 di sospensione dai pubblici uffici) per aver assegnato senza concorso contratti quando era presidente di un ente pubblico catalano. Secondo Borrás, la durezza della condanna deriva dalla sua militanza indipendentista. Esistono altri casi analoghi.
L’altra questione è che alcune delle proteste successive al referendum inizialmente erano state accusate di terrorismo, reato che passa direttamente all’Audiencia nacional. Le accuse si sono smontante, anche se il caso è rimasto al Tribunale nazionale: tanto che, casualità, proprio ieri il giudice che persegue Carles Puigdemont lo ha imputato con l’accusa di essere dietro al movimento di protesta Tsunami Democràtic. Per il pubblico ministero tutto il processo dovrebbe tornare a Barcellona perché in realtà non si tratta più di terrorismo ma solo di disturbo dell’ordine pubblico. Il Psoe sta negoziando con Junts proprio fin dove arriva il limite dei reati che amnistieranno. E l’accusa per terrorismo è una linea rossa.
LA MAGISTRATURA, maggiormente reazionaria, sta facendo di tutto per bloccare l’amnistia prima ancora che sia approvata. E mentre 200 giuristi firmano una lettera aperta a favore del provvedimento, considerato uno strumento democratico utile per superare i conflitti politici come quello catalano, il Partito popolare continua a agitare le piazze bollando l’amnistia di «infamia». Una mossa che sembra stia portando qualche leggero vantaggio in termini di consenso, secondo gli ultimi sondaggi. Ma sono fuochi fatui: una volta approvata la legge sull’amnistia, e dato che non finirà né il mondo né la Spagna, al Pp e al suo effimero leader non rimarranno molti argomenti. Molti prevedono che Alberto Núñez Feijóo, una volta investito Sánchez, sparirà presto della mappa politica per lasciare spazio a una leader assai meglio quotata e con ancora meno scrupoli: la presidente della comunità di Madrid Isabel Díaz Ayuso.

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