VISIONI

Nel mondo onirico di Morau che spalanca mille riflessioni

Sussurri, parole, canzoni si intrecciano con il movimento dei sei protagonisti
FRANCESCA PEDRONIITALIA/Reggio Emilia

L’effetto che Marcos Morau, coreografo di Barcellona alla testa da più di dieci anni della compagnia La Veronal, lascia dopo i suoi spettacoli, è la sensazione di aver vissuto scenari visivamente abbacinanti, lontanissimi dalla realtà, eppure tremendamente legati a essa. Che siano le estatiche figure roteanti della sua rivisitazione de La bella addormentata fatta per il Balletto dell’Opera di Lione, le focose suonatrici di tamburo del suo inossidabile Sonoma per La Veronal (di ritorno in dicembre in Italia, a Genova, Bolzano e Trento), le processioni immerse nell’atmosfera lattiginosa di Le surréalisme au service de la révolution dedicato anni fa a Luis Buñuel, o ancora le sue politiche danze macabre in bianco e nero nel recente Nachtträume fatto per il Balletto di Zurigo, Marcos Morau, 41 anni, geniale autore del nostro tempo, ha l’efficacia di trasformare la scena teatrale in un mondo onirico che spalanca riflessioni.
ACCADE anche per il suo ultimo spettacolo, Firmamento, visto al Teatro Ariosto di Reggio Emilia per il Festival Aperto. Una creazione che, attraverso una visionarietà sorprendente nella struttura e nelle invenzioni, invita a ritrovare quell’istinto all’immaginazione che può essere salvezza e sfida a ciò che sfugge o che spaventa.
Firmamento parte dalla visione degli Angeli che nella Cappella degli Scrovegni di Padova arrotolano il cielo come fosse una antica pergamena. Dietro di loro c’è la fine. Mistero della soglia tra mondo conosciuto e mondo immaginato, da cui Morau parte per dedicare il suo spettacolo al momento in cui si entra nell’adolescenza e agli adolescenti stessi, a quell’abbandono dell’infanzia, a volte doloroso, che però apre la possibilità di un’immersione piena di creatività nel tempo in cui si vive.
Sono in sei sulla scena a trafficare con quadri elettrici, televisori, consolle che si illuminano di puntini colorati, trenini e rotaie, registratori e fisarmoniche, tamburi, una palla argentea e tanti fili e connettori jack. Occhialini rotondi e trasparenti, i sei sono mossi da una gestualità meccanica che curiosamente ricorda nel moto d’automa i gesti degli npc (non playing characters) imitati su TikTok. Ma è solo un’assonanza agganciata al nostro tempo: in Firmamento i sei giovani esploratori in carne e ossa, armati di zainetti e berrettini e di una mercanzia antica e nello stesso tempo futuribile, sfidano il mondo che corre velocissimo con la formidabile autonomia di intuizioni e avventure percettive personali. «Connessioni segrete e intime che finiscono per traboccare attraverso i nostri occhi, le nostre parole, la nostra pelle» parole di Morau.
COME SEMPRE con l’artista di Barcellona la creazione di uno scenario e dei suoi protagonisti è grande poesia: i suoni, i sussurri, le parole, le canzoni, si intrecciano con il movimento suggerendo oniriche visioni. Così tra i sei che si danno da fare tra le macchine giocattolo delle prime scene come fossero dei giovani inventori, metafora di cosa può la scienza e la tecnologia, appare un bambolotto in calzoncini corti con la faccia da vecchio che racconta un sogno. Spinto nell’aria dai sei esploratori, il bambolotto danza mentre una canzone narra al pubblico l’onirica follia. Un volo nel cielo dove si incontrano le nubi e poi gli angeli e poi dio e poi si va ancora più su, da dove le proprie case si sono fatte microscopiche, forse sono solo un’invenzione della mente. Si incontrano infine una pioggia di stelle e il sole che diventa in poco tempo un nulla. E così salendo e scendendo tra galassie, si assapora la vertigine e la paura di sapersi un granello infinitesimale e passeggero.
La scena intanto si trasforma. Appassionato del teatro nel teatro – come non ricordare il suo magnifico Opening Night ispirato al film di Cassavetes – Morau rivela dietro il trenino di oggetti e quadri elettrici fatti sparire nelle quinte, una fila di vecchie poltroncine da cinema. È rivolta verso il fondale. Di fronte lo schermo rivelerà il farsi di un disegno in bianco e nero che gioca con le dimensioni. Alcuni spettatori tratteggiati rimpiccioliscono, mentre loro accanto compare il disegno della scena, e poi ancora la platea e l’edificio del teatro. Artisti e spettatori dell’Ariosto diventano tutt’uno.
La danza tra gli oggetti, le poltroncine, i mutamenti di luce e contesto, è piena di fratture, di rischi, di repentine cadute a terra, ma non tracolla mai del tutto di fronte a ciò che accade: anche quando crolla una parete candida come il ghiaccio, dopo che si è visto apparire un altro fantoccio, questa volta gigantesco e vestito da eschimese. Anche il cambiamento climatico è parte della storia. Risuona intanto una musica in cui sembra entrare la varietà delle voci di ogni parte della terra, ma anche lacerti da 2001 Odissea nello spazio. Gli esploratori sono ora girati verso il pubblico, seduti sulle poltroncine, il loro districarsi tra le cose e i cambiamenti è stata un’eroica cavalcata nelle catastrofi e nelle conquiste di un tempo perennemente in fuga, un inno di speranza e di potenzialità in quel «navigare in una vita transitoria».
A UN TRATTO è buio, un flusso di fasci luminosi nel nero e di punti splendenti si accende e invade la platea, è il «firmamento»: quasi un poetico, entusiasmante invito a una rivoluzionaria, adolescenziale, azione per non finire come topi in trappola. L’ultima parola a un pensiero dell’artista dal suo testo sullo spettacolo: «eserciti di neuroni, come eserciti di stelle, creano mondi dentro di noi, e ognuno di essi è unico, diverso dagli altri, come impronte digitali». Standing ovation. Tournée europea con, tra le tappe, il Pavillon Noir a Aix-en-Provence il 20 e 21 dicembre, il Mercat de Les FLors a Barcellona tra il 27 dicembre e il 14 gennaio, il Condeduque di Madrid dal 25 al 28 gennaio (www.laveronal.com/tour)

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