EUROPA

In Spagna va in scena Feijoo. Verrà sconfitto

GOVERNO, PRIMO ROUND AL CONGRESSO
LUCA TANCREDI BARONEspagna

Il grande giorno del leader del Partito popolare Alberto Núñez Feijóo è arrivato ieri. A due mesi dalle elezioni del 23 luglio, il candidato nominato dal re Filippo VI si è finalmente presentato davanti al Congresso dei deputati per la sessione di investitura in cui oggi verrà inesorabilmente sconfitto. Il contatore dei voti è fermo a 172: solo il Pp, Vox e due voti di due piccoli partiti (uno dei quali, Coalición canaria, non è neppure sicuro al 100%). Ce ne vogliono 176 per avere la maggioranza assoluta.
VENERDÌ ci sarà la seconda votazione, in cui in teoria sarebbe sufficiente solo la maggioranza semplice per diventare il capo del governo, ma - a meno di sorprese - dovrà tornarsene a casa con la coda fra le gambe: non ci sarà nessuna astensione. La cosa più paradossale è che in queste lunghe settimane - che Feijóo aveva chiesto e che la presidente del Congresso, la socialista balearica Francina Armengol gli ha concesso - il leader popolare non è stato in grado non solo di trovare la manciata di voti che gli mancano, ma ha mantenuto una traiettoria erratica. Primo ha cercato, invano, di sedurre, i nazionalisti catalani e quelli baschi - che invece, discretamente, dietro le quinte, stanno già negoziando con i socialisti; poi li ha insultati, accusandoli di voler rompere la Spagna. È passato dal sostenere di aver vinto le elezioni - il Pp è arrivato primo, ma è chiaro dal primo minuto che non potrà governare - a mettersi al fronte di manifestazioni come quella dello scorso weekend a Madrid dove si dichiarava già il capo dell’opposizione, quando non è neppure chiaro se dopo il teatro di questi giorni il suo partito lo continuerà ad appoggiare. E negli ultimi giorni ha cercato di fare appello a potenziali trasformisti del partito socialista, nella vana speranza che esista un’opposizione a Sánchez di persone che non accettano l’amnistia che il futuro governo a guida socialista dovrà accettare per ottenere l’appoggio dei partiti catalani e che avrebbero il coraggio di cambiare casacca.
Finalmente la giornata di ieri è arrivata: il primo dibattito di investitura dove si sono potute ascoltare anche le altre lingue spagnole - catalano, basco, galiziano -, una seduta in cui aleggiava sul candidato la sicura sconfitta, e in cui il presidente en funciones (cioè ad interim) aspettava sornione che arrivasse il suo turno - ieri non ha voluto neppure prendere la parola - lo scontro si è giocato sui temi previsibili. In particolare l’amnistia: lo stesso Feijóo ha iniziato il suo discorso parlandone, sostenendo che lui «avrebbe i voti» ma che non li vuole perché lui ha «principi, limiti e una parola», ed è passato a criticare tutto quello che ha fatto il governo rossoviola negli ultimi quattro anni.
PIÙ CON IL TONO di una mozione di sfiducia che una sessione di investitura. La sua proposta più inedita è l’introduzione di un fantomatico reato di «slealtà costituzionale», non meglio definito, di cui si macchierebbe l’odiato nemico socialista e i suoi «20 soci», come ha detto, leggendo ironicamente la lista di partiti che conformano Sumar (il «gruppo misto plus», lo ha deriso) e aggiungendo i partiti baschi e catalani di cui Sánchez avrà bisogno se vuole ottenere l’investitura fra qualche settimana. Il partito socialista, a sfregio, gli ha risposto con un deputato di terzo livello, che ha assicurato che «non riuscirà a rompere il Psoe».
SUMAR, che ha diviso l’intervento fra la portavoce Marta Lois, fedelissima di Yolanda Díaz, il segretario del partito comunista Enrico Santiago, e la capolista di Catalunya en comú, Aina Vidal (ma nessuno di Podemos, che ancora una volta viene messo da parte) gli ha rinfacciato di non poter governare «un paese che non capisce». Gabriel Rufián, di Esquerra Republicana, ha dato per scontata l’amnistia - su cui per ora i socialisti non si sono espressi apertamente - e ha attaccato con grande efficacia il leader popolare, mettendolo davanti alle contraddizioni del suo partito e rivendicando «il senso dello stato» dei catalani che vogliono risolvere il conflitto politico, chiarendo che prima o poi dovrà esserci anche un referendum. L’altro partito catalano, rivale di Esquerra, Junts, uno dei tasselli chiave del puzzle che Sánchez dovrà comporre, ha rivendicato il diritto all’autodeterminazione: «L’indipendenza per noi è questione di sopravvivenza».

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