VISIONI

Roberto De Simone, fantasia instancabile del teatro musicale

Oggi il maestro napoletano compie novant’anni. «La gatta Cenerentola», le regie liriche, gli studi
GIANFRANCO CAPITTAITALIA/napoli

Oggi compie 90 anni Roberto De Simone, un vero «patriarca» della cultura musicale e teatrale di Napoli, e quindi di tutto il nostro paese. La sua lunga esperienza ha collezionato in questi anni incarichi prestigiosi quanto delicati, studioso e nello stesso tempo realizzatore e curatore di grandi spettacoli, tra cui in particolare quello che è stato un successo internazionale che ancora oggi viene citato e celebrato, La gatta Cenerentola, un mix di teatro e musica ad altissimo livello, che ha avuto infinite repliche lungo gli anni, e che resta il «monumento» principale dello spettacolo di Napoli oggi, a circa cinquant'anni dal debutto avvenuto al festival di Spoleto nel 1976: il racconto nasce dal Cunto seicentesco del Basile, anche se popolato ora da munacielli e femmenielli.
MA LA RICCHEZZA artistica di De Simone è varia e complessa, così come il cursus honorum degli incarichi e delle responsabilità cui è stato chiamato, e ai quali ha riccamente atteso. I suoi studi di formazione sono stati squisitamente musicali: pianoforte e composizione al conservatorio (di cui poi sarà direttore), dove si diploma cominciando subito a esibirsi, senza negarsi anche esecuzioni al clavicembalo.
Ma era il teatro musicale, data la cultura che andava approfondendo, ad affascinarlo: il palcoscenico come luogo deputato dove scocca la scintilla tra la parola e le note. In questo è stato davvero fuori delle regole correnti, per la profonda consapevolezza dell'impatto che sullo spettatore hanno i due canali di ingresso al piacere e al gusto.
Non a caso, tra le sue molte attività, è stato attivissimo direttore artistico dal 1981 all'87 del Teatro San Carlo di Napoli, dove non ha lesinato il suo gusto e la sua preparazione per rompere e superare gli schemi e le diatribe tra belcantisti puri e chi vuole superare la soglia di barriere e pregiudizi per ricucire la scissione sempre in agguato tra partitura e sua rappresentazione (un problema che si è poi dilatato in anni recenti dappertutto, e rinfocola a tutt'oggi polemiche stantie tra innovatori a rischio di banalità e tradizionalisti che ascoltano, e a volte anche dirigono, ad occhi chiusi...).
Una visione la sua che gli ha fatto realizzare con successo tante regie liriche, non solo al San Carlo ma nei più importanti teatri del mondo: quella di scavare nei nessi tra una partitura e il racconto a cui dà corpo. Attraverso regie mirabili proprio per l'equilibrio nella reciproca interdipendenza tra musica e immagini, fisicità e voce dei cantanti, tradizione e innovazione. Chiavi di interpretazione che l'hanno fatto chiamare ripetutamente a firmare la regia di diverse inaugurazioni alla Scala, così come di certi Rossini «ripescati» al festival di Pesaro, e numerosi spettacoli all'estero. Mentre le sue composizioni si affacciavano anche su snodi e ferite della cultura italiana: un titolo per tutti la Messa da requiem per Pier Paolo Pasolini, composta nel decennale dell'assassinio del poeta.
A fianco al lavoro in palcoscenico, instancabile è stato l'approfondimento condotto attraverso libri e saggi, sempre incentrato sulla vitalità e sulla lezione della tradizione culturale orale attraverso le sue espressioni più profonde e magari «periferiche». Tra i molti vanno ricordati i due libri di indagine nella cultura popolare scritti assieme a Annabella Rossi, l'antropologa che il Meridione aveva esplorato assieme a Ernesto De Martino (gli scritti teatrali di De Simone sono quasi tutti pubblicati da Einaudi).
MA AL DI LÀ del patrimonio culturale che De Simone ha scavato e divulgato favorendone possibilità di approccio per tutti, è fantastica la sua capacità di rendere godibile e comprensibile quel «tesoro» fuori da ogni studio specialistico. Oggi a Napoli (e non solo, come il maestro Riccardo Muti) c'è chi lamenta che non gli sia stata neanche assegnata la pensione secondo la legge Bacchelli; un nipote ha sdegnosamente negato ne avesse bisogno, ma certo è che, con il suo volto da eterno birichino insoddisfatto il maestro De Simone avrebbe ancora molto da insegnare.
Basterebbe l'esempio della Nuova compagnia di canto popolare da lui fondata tanti anni fa, con Peppe Barra e il retaggio di sua madre Concetta, e partecipazioni illustri come Isa Danieli e Fausta Vetere, e una formazione di voci, che poi si sono affermate anche singolarmente, come cantautori o magari arrabbiati rockers dell'onda napoletana, o come attori di sicuro livello in una teatralità che a Napoli continua a fiorire e mietere successo, rimbalzando dalle finestre aperte sui vicoli fin nei teatri più popolari.
La Nuova compagnia di canto popolare (familiarmente per tutti Nccp) è stata da parte di De Simone un'invenzione storica assolutamente geniale, mischiando i generi e le favole, la quotidianità e le sue proiezioni di liberazione. Soprattutto delle voci strepitose che al proprio canto davano corpo ed espressione come raramente si era visto in teatro fino ad allora: un rigore e una inventiva musicali che hanno pochi paragoni, portando la favola amara di Cenerentola (origine classica nel Cunto di Basile) nella quotidianità e nel canto di un mondo che continua a tentare la propria trasformazione.
Piccola notazione finale: di quella Gatta Cenerentola la Rai aveva fatto una ripresa dal teatro Mercadante. Forse, almeno per i 90 anni del maestro De Simone, potrebbe riproporla al pubblico di oggi, che sicuramente gliene sarebbe grato, scoprendo un esemplare davvero unico di contemporanea, irresistibile comicità e musicalità. Di «fantasia» insomma, di cui oggi si sente sempre più la mancanza, e il bisogno.

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