EUROPA

Manette e mandati d’arresto, botta contro i catalani decisivi

IL PARTITO DI PUIGDEMONT HA LE CHIAVI DEL PROSSIMO GOVERNO
LUCA TANCREDI BARONEspagna/catalogna

Passano le elezioni generali, ma in Catalogna per qualcuno il tempo non passa. Con un tempismo a dir poco sospetto, l’eurodeputata Clara Ponsatí, ex ministra del governo catalano di Carles Puigdemont, leader indiscusso di Junts, si è presentata ieri a Barcellona. Dove la polizia l’ha arrestata “illegalmente”, sostiene lei nel suo profilo di Twitter. Ponsatí sfugge la giustizia spagnola da più di cinque anni: assieme a tutti i membri del governo di Puigdemont venne incriminata per le vicende legate alla dichiarazione di indipendenza e per la celebrazione di un referendum di autodeterminazione che il governo di Mariano Rajoy cercò di bloccare per terra, mare e aria (e molte manganellate). Visto che non ci riuscì, il partito popolare (con il beneplacito dei socialisti) sciolse con la forza il governo catalano e allo stesso tempo scatenò la giustizia contro l’indipendentismo. Per chi non scappò fini con pene durissime: Puigdemont, Comin e Ponsatí, invece, dopo diversi tentativi falliti dei giudici spagnoli allineati alle tesi più repressive del Pp di chiederne l’estradizione nei vari paesi per cui passavano, divennero eurodeputati, protetti dall’immunità.
NEL FRATTEMPO PERÒ il governo Sánchez, su pressione di Esquerra Republicana, ha modificato il reato principale per cui erano accusati e ha indultato i leader incarcerati. Si tratta dell’anacronistico reato di sedizione, che ora non esiste più, come nella maggior parte dei paesi europei (che per questo negavano sistematicamente di concedere l’estradizione). Il che ha spuntato l’incisività del mandato di cattura europeo, ieri riattivato dal giudice Pablo Llarena, che dal 2017 persegue i politici catalani. Ora è solo per il reato di malversazione. Il secondo reato per cui vuole mettere le mani sui politici indipendentisti è quello di disobbedienza, che però non prevede pene di carcere (il governo catalano in quel frangente, infatti, si rifiutò di obbedire agli ordini del tribunale costituzionale di impedire il referendum).
D’ALTRA PARTE, solo poche settimane fa, il tribunale generale della Unione europea ha avallato la decisione votata dal parlamento europeo di togliere l’immunità ai tre leader catalani, contro cui avevano fatto ricorso. Per cui ora, come è accaduto a Ponsatí ieri, possono essere arrestati: ma poco dopo però, data l’esiguità del reato imputato, devono essere scarcerati. Il motivo dell’arresto di ieri è che Ponsatí l’ultima volta che era venuta a Barcellona si era rifiutata di comparire davanti al giudice.
La mossa della deputata di Junts arriva in un momento in cui il partito di Puigdemont ha la chiave del futuro governo spagnolo. Il suo leader a Barcellona, Jordi Turull (anche lui ex membro del governo di Puigdemont e beneficiario dell’indulto di Sánchez), ha detto chiaramente che non hanno intenzione di aiutare il governo e che chiederanno, come sempre, referendum e amnistia.
LA VERITÀ È che in Catalogna, uno dei pochi territori in cui l’affluenza alle urne è scesa rispetto al 2019 perché una parte dell’indipendentismo aveva chiesto di boicottare le elezioni, i partiti indipendentisti hanno fatto flop. Esquerra e Junts hanno ottenuto ciascuno 7 dei 48 deputati eletti in Catalogna, e in termini di voto questi due partiti più la Cup (che quest’anno non ha ottenuto rappresentanti) e il PdCat, scissione più pragmatica di Junts, arrivano al 28% dei voti: un minimo storico. Quattro ani fa, Erc era il primo partito, con 13 rappresentati, 8 ne aveva Junts e 2 la Cup. Il grande vincitore è il partito socialista, con più del 34% dei voti (19 deputati, 7 in più) seguito da Sumar (14%), con 7 deputati (come Unidas Podemos 4 anni fa). Il Pp ne ottiene 6 (+4 rispetto al 2019) e Vox si mantiene a due. Il che fa della Catalogna uno delle due roccaforti più di sinistra del paese, assieme a Euskadi. Il blocco socialisti-sumar-Erc riunisce più del 60% dei voti.
NON SOLO I SOCIALISTI e Sumar devono alla Catalogna una buona fetta del loro successo di domenica: la Catalogna è di nuovo al centro dello scacchiere politico nazionale. Da come Junts prenderà la decisione di imporre un prezzo politico, per quanto alto, a Sánchez per dargli il via libera o, viceversa, di affondarlo (e condannare a una ripetizione elettorale) si giocherà il futuro di tutto il paese. Per il momento ci sono schermaglie: come Eh Bildu, anche Erc è tendenzialmente intenzionato a impedire un governo del Pp, ma chiedono unità d’azione agli altri indipendentisti, timorosi di essere tacciati di collaborazionisti. Sumar ha già mandato il suo miglior negoziatore, l’ex deputato Jaume Asens, a parlare con quelli di Puigemont. I giochi sono ancora apertissimi.

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