VISIONI

Tra sottomissione e piacere il maschile messo alla berlina

L’ESORDIO DI JOANNA ARNOW
LUCA MOSSOfrancia/cannes

Se in Io e Annie Carol Kane dichiarava convinta: «adoro essere ridotta a uno stereotipo culturale», a 45 anni di distanza Joanna Arnow, filmmaker newyorkese che di Allen potrebbe essere figlia, adora essere ridotta a una categoria di PornHub. Con i suoi uomini lei, o meglio il personaggio che interpreta con adesione autofinzionale in The Feeling That the Time for Doing Something Has Passed, stabilisce un rapporto di sottomissione costruito su una sistematica asimmetria del potere, anche se non del piacere. La sua soggezione al maschio di turno è sottolineata da posizioni, atteggiamenti e atti accuratamente organizzati per combinare la soggezione fisica a umiliazioni di vario tipo che però non ostacolano il piacere.
Il racconto si sviluppa orizzontalmente, allineando una serie di incontri filmati facendo coincidere scena e sequenza (e talvolta addirittura inquadratura) alla maniera del Jim Jarmusch dei primi tempi, e soprattutto non contemplando alcuna progressione drammatica per più di metà film. Cambiano i compagni di letto ma non l’attitudine radicalmente sottomessa della protagonista, la quale però – e non è una contraddizione – pretende il rispetto delle regole della sottomissione e una partecipazione convinta da parte del padrone cui si offre. «Non puoi ridurmi a una finestra di internet» intima al suo amante dopo un atto sessuale, ovviamente umiliante, consumato a distanza su zoom. Lei non è una performer a gettone: la sottomissione non esclude ma anzi postula la complementarietà delle pulsioni sadomasochistiche.
Ovviamente nessuno può sindacare sul diritto di fare del proprio corpo quel che si vuole, ma sul rifiuto di una normatività paralizzante Arnow si sofferma appena: a lei interessa usare la messa in scena della combinazione di piacere e umiliazione per smascherare le posizioni di chi si ritiene tutto sommato nella norma.
NELLA MESSA alla berlina del maschile usa un piglio particolarmente divertito: è irresistibile la scena in cui l’amante dichiara di non avere goduto il blow job proprio nel momento in cui, stupita, Joanna registra l’abbondanza dell’eiaculazione. Quando invece la protagonista mostra di percepire il ridicolo delle situazioni, il suo sguardo mite funzione come rivelatore di consapevolezza e il film svolta verso un’autoironia che non può non ricevere solidarietà e partecipazione degli spettatori, invitati in modo via via più efficace a confrontare le vicende dello schermo con le proprie esperienze. Maschile e femminile, sollecitati assai diversamente, reagiscono ciascuno a suo modo: nella sala della Quinzaine des Cinéastes dove abbiamo assistito alla proiezione, delle squillanti, convinte e per nulla imbarazzate, risate femminili risaltavano sui silenzi maschili, segno inequivocabile di matura liberazione. Un piccolo film di intelligente, spiazzante e divertente antagonismo quotidiano.

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