INTERNAZIONALE

Un po’ Trump e un po’ Orbán, arriva DeSantis for president

Il governatore della Florida ufficializza la candidatura. La parabola di un reazionario
LUCA CELADAUSA

Ron DeSantis ha preceduto l’annuncio della propria candidatura alla Casa bianca, promulgando un pacchetto di leggi atte a limitare le esibizioni di drag queens, la terapia di minori per la disforia di genere e l’uso di “pronomi alternativi” nelle scuole, codificando inoltre l’utilizzo dei bagni pubblici solo secondo il sesso di nascita. Contemporaneamente, l’associazione degli autori letterari, Pen America, e il principale editore americano Penguin Random House, hanno annunciato un ricorso in tribunale federale contro gli statuti che in Florida hanno provocato «la rimozione di testi dalle biblioteche scolastiche in base ad una campagna ideologica per eliminare determinate idee dalle scuole». L’ondata di censura - che ha colpito perfino titoli come Mattatoio numero cinque, di Kurt Vonnegut e L’occhio più azzurro della premio Nobel Toni Morrison - è effetto della campagna moralizzatrice promossa dallo stesso governatore, che in quattro anni ha fatto del suo stato un laboratorio di politiche reazionarie e autoritarie di stampo maccartista. Un modello che la sua campagna propone ora come modello per tutto il paese con lo slogan “Make America Florida”.
DESANTIS NASCE politicamente come liberista classico, allineato ai temi storici della destra: smantellamento dello stato sociale, sgravi fiscali alle imprese, taglio dei servizi pubblici, opposizione alla transizione energetica. La sua traiettoria rispecchia tuttavia la parabola populista e oscurantista del suo partito. Da governatore metterà presto a frutto la lezione assorbita da Trump, posizionandosi come paladino nazionale delle culture wars con una agenda aggressivamente anti immigrati, contro l’aborto, anti-Lgbtq e di ostentato patriottismo. Ad ogni occasione il governatore si propone come il più militantedei “red states,” giungendo ad esempio a spedire un aereo in Texas per rastrellare profughi sul confine e abbandonarli all’aeroporto di Martha’s Vineyard, l’isola delle vacanze dei liberal del Massachussetts.
DESANTIS, CHE nel curriculum ha anche un’esperienza come interrogatore di detenuti a Guantanamo, si applica con zelo particolare alla guerra contro alla correttezza politica, una crociata “anti-woke” pensata per massima risonanza sui canali mediatici e social della neo-destra. Nei suoi discorsi ama sostenere che la nazione è corrotta da una pervasiva cultura della «sinistra radicale» che utilizza un’indebita influenza in scuole e università per indottrinare e corrompere la gioventù. A servizio di questa narrazione semplificata, radicata nell’integralismo religioso, DeSantis si è adoperato instancabilmente per ripristinare (imponendola per legge) un’egemonia culturale conservatrice, che passa per innanzitutto per la revisione storica. Le sue leggi più famigerate (stop woke act e don’t say gay) vietano l’insegnamento “disfattista” della storia, oscurano donne e minoranze etniche e sessuali, cancellano genocidio, schiavismo e segregazione dai piani di studio, istituiscono sanzioni anche penali per gli insegnanti che abbordano determinati concetti o parole.
DeSantis ha proclamato la Florida «lo stato più libero dell’Unione», eppure oggi è un laboratorio di politiche autoritarie e illiberali per definizione, teatro di inquisizioni che sarebbero tragicomiche se non avessero conseguenze fin troppo reali. Dopo il licenziamento della preside di Tallahassee per aver mostrato agli alunni il David di Michelangelo, la scorsa settimana è stata sospesa un’altra docente che alla propria quinta elementare aveva proiettato un cartoon Disney su un gruppo di avventurieri ambientalisti, fra cui un giovanotto che ammetteva sentimenti di affetto per un altro personaggio maschile. Denunciata per aver infranto la legge sull’indottrinamento gay, è stata convocata dagli ispettori che hanno chiesto anche di interrogare gli alunni per verificare (provocare?) eventuali danni psichici dovuti alla illecita esposizione al cartone animato.
PER CONTRASTARE «l’ortodossia progressista» nelle università, DeSantis ha designato come nuovo rettore dei campus statali il politico conservatore Ben Sasse e annunciato la costituzione di un nuovo istituto per «l’educazione civica e classica», preposto a promuovere valori patriottici e anti-comunisti. Sono stati vietati gli studi etnici e afroamericani e persino le politiche di “diversità e inclusione” (Dei) da tempo utilizzate in aziende e atenei americani. Il governatore ha voluto fare un esempio speciale del New College Florida, una piccola ma prestigiosa università di Sarasota, fondata negli anni 60 nel nome del libero pensiero. DeSantis ha licenziato il consiglio di amministrazione e nominato sei nuovi consiglieri repubblicani. La nuova direzione ha immediatamente annunciato una nuova linea accademica fondata su meritocrazia e «valori americani della famiglia» licenziando docenti e annullando corsi dedicati a studi etnici e gender, per "liberare" l’ateneo dalla piaga della critical race theory, ovvero la disamina critica delle radici storiche della discriminazione nella società Usa. La scorsa settimana gli studenti hanno disertato la cerimonia di laurea ufficiale, finanziando una cerimonia alternativa su GoFundMe,denunciando lo strangolamento ideologico della loro scuola.
LE AZIONI DI DESANTIS e lasua retorica infiammata hanno suscitato scalpore e ludibrio, ma nella bolla di consenso conservatore del suo stato, il suo celodurismo gode di grande favore. Il gradimento di De Santis è semmai cresciuto, e a novembre gli elettori lo hanno acclamato al secondo mandato con plebiscito. Trasformata la Florida in una specie di Ungheria con le palme, rimane da verificare quale possibile strategia gli potrà permettere di traghettare i consensi su scala nazionale, dove vendere il modello Orban difficilmente porterebbe una maggioranza sufficiente alla vittoria.
Prima ancora di quel guado, rimane tuttavia l’incognita maggiore, cioè come prevalere su Trump con una piattaforma sostanzialmente allineata sulle identiche culture wars, in sostanza una versione meno originale dell’ex presidente. Per ora la strategia sembra essere quella di vantarsi dei “risultati concreti” del proprio stato, insinuando il più obliquamente possibile, come Trump sia ormai incapace di vincere elezioni. Qualunque attacco più diretto susciterebbe certamente l’ira della base Gop, tuttora fedelissima a Trump. Ancora ampiamente distaccato nei sondaggi, DeSantis non ha nemmeno fatto breccia fra i rari dissidenti anti-trumpisti nel partito. Il progetto oggi più plausibile sembra quello di fare affidamento sull’accumulo “organico” di guai giudiziari e ferite autoinflitte dallo stesso Trump.

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