EUROPA

Scintille tra Sumar e Podemos. Iglesias:«Uniti alle elezioni»

Intervista al fondatore del movimento viola oggi al governo:per la piattaforma alla sinistra del Psoe «servono primarie aperte»
ELENA MARISOL BRANDOLINIspagna

Pablo Iglesias è uno dei fondatori di Podemos, di cui è stato segretario. È stato vicepresidente del primo governo spagnolo di coalizione progressista tra Unidas Podemos e Psoe dal 2020 al 2021, quando si è dimesso dall’incarico.
Che sta succedendo nell’area alla sinistra del Psoe?
C’è un disaccordo tra le due anime della sinistra spagnola rappresentate da Sumar e Podemos. Ci sono differenze politiche e strategiche, ma penso che si debba andare insieme alle elezioni. Ciascuna con la sua identità, stile e leader, assumendo che Yolanda Díaz sia la candidata di tutti.
Vista dall’esterno sembra più una battaglia di ego.
Questa è una narrazione giornalistica che non corrisponde al vero. Nel caso della guerra in Ucraina, per esempio, solo le ministre di Podemos hanno avuto una posizione critica nei confronti della Nato e dell’invio di armi. Ma c’è un altro elemento che riguarda i mezzi di informazione. Podemos ha sempre sostenuto che il potere mediatico è un braccio del potere economico e che i poteri mediatici sono attori politici. Invece Sumar sceglie di non sottoporsi alla pressione mediatica, io comprendo che non vogliano trovarsi in una situazione in cui siamo capitati Irene (Montero, ministra dell’Uguaglianza e compagna di Iglesia, ndr) e io con neonazisti che circondavano la nostra casa per vari mesi. Capisco che non vogliano essere preda dell’ostilità mediatica che attacca solo Podemos. E che i compagni di Sumar considerino necessario avere una strategia di seduzione nei confronti dei grandi mezzi di informazione. Sono due stili distinti, due maniere di comunicare e anche due modi di fare politica. Nel ragionamento di Sumar c’è una visione pessimista della struttura ideologica spagnola, considerano cioè che l’unica possibilità di avere successo in Spagna sia occupare lo spazio simbolico, culturale e ideologico della socialdemocrazia, del Psoe e dei suoi mezzi d’informazione. Podemos pensa che fare politica è un compito ideologico nel quale se non si produce una trasformazione è molto difficile che le cose cambino. Per dirla in parole povere: non supereremo il Psoe assomigliandogli.
Voi stessi però al governo avete dovuto accettare dei compromessi.
Stiamo nel governo perché c’è stata una correlazione di forze che ci ha consentito di obbligare il Psoe a fare qualcosa che il Psoe non voleva. Abbiamo detto che il governo è un terreno di lotta politica. Un governo di coalizione non significa che ci sono due formazioni politiche che si somigliano, questo è solo ciò che interessa al Psoe.
Come si fa l’unità con Sumar se si sottolinea solo ciò che separa?
Dobbiamo andare insieme perché condividiamo molti elementi programmatici e perché abbiamo un sistema elettorale per cui divisi perdiamo tutti. Un accordo di coalizione per andare alle elezioni non significa che i dirigenti delle due organizzazioni si amino alla follia.
Podemos non dovrebbe essere impegnato a rivendicare le buone politiche del governo?
C’è una parte della sinistra, come i compagni di Sumar, che pensa che la cosa più importante siano i risultati che riesci a portare a casa, noi diciamo che la cosa più importante sono i risultati che porti a casa sempre e quando hai gli strumenti per comunicarli. Abbiamo avuto un governo di coalizione che ha fatto più politiche di sinistra di tutta la storia spagnola. Il problema è che c’è chi pensa che tutto ciò sia sufficiente. E in realtà chi domina l’agenda mediatica è chi è capace di stabilire la narrazione e i temi della campagna. Se non abbiamo la capacità ideologica e mediatica di spiegare quello che abbiamo fatto, il risultato finisce col portarselo via l’avversario. Come si può spiegare altrimenti che i madrileni che hanno bisogno della sanità pubblica votino in massa un’opzione della destra come quella rappresentata da Ayuso? L’origine di Podemos è un ragazzo con una coda che riuscì a imbucarsi in molte televisioni e quel patrimonio mediatico servì per andare alle elezioni europee.
Tra qualche giorno saranno 12 anni dal 15-M: è finito il ciclo di quelle lotte?
Stiamo in una fase differente, il 15-M cambiò la Spagna, Podemos non sarebbe stato possibile senza quella formazione ideologica, ma in politica non si può vivere di rendita. Da tempo ci troviamo invece in un contesto reazionario, una fase in cui il regime di guerra minaccia di convertirsi in un dispositivo d’involuzione democratica. In Spagna, c’è un movimento reazionario che parte da settori dello Stato e che agisce contro l’indipendentismo catalano e Podemos. Sumar pensa che la politica è un mercato della domanda: guardare cosa la gente crede e dire cose che sembrano ragionevoli. Noi invece pensiamo che la politica sia un terreno di trasformazione permanente, in cui non bisogna avere paura di trasformare la società anche con la parola. Bisogna avanzare e mettere proteine ideologiche alla politica. I compagni di Sumar dicono spesso «bisogna fuggire dal rumore perché il rumore genera tensione»: il rumore è la base storica della trasformazione sociale, le femministe sono state chiamte «rumorose» per 200 anni. La sinistra non può assumere mai il linguaggio dell’avversario dicendo che il rumore non va bene. La politica è la disciplina del conflitto, non la disciplina dell’accordo, gli accordi sono solo il risultato del conflitto.
Se Podemos e Sumar vanno separati si fa vincere la destra: è una prospettiva accettabile per la sinistra?
Proprio per questo bisogna andare insieme alle elezioni con Sumar e la maniera, per noi, è fare delle primarie aperte per potere verificare il peso di ciascun partito della coalizione. Molti in Spagna vedono questa come l’occasione per uccidere definitivamente Podemos. Ma si comincia a capire sempre di più che se ammazzano Podemos, morirà l’insieme della sinistra spagnola. Rinviare il confronto sperando che a Podemos le elezioni del 28 maggio vadano male per poi negoziare da una posizione di forza, è una scelta miope.
Avete fatto un percorso dai movimenti al governo: cosa ha funzionato e cosa c’è da cambiare?
Quello che ha funzionato sono le politiche pubbliche realizzate, la presenza di Podemos nel governo ha cambiato molte cose. Non siamo però riusciti a fare accettare al potere che c’è una parte della società che s’identifica con noi. Il potere non ha a che vedere solo col Congresso e il Senato, ma anche col consiglio superiore della magistratura e la scusa che la destra ha avanzato per non rinnovarlo è stata che non poteva esserci nessuno proposto da noi. Ma il paese è più ampio di questa oligarchia, ci sono cittadini che votano Podemos, come ce ne sono che votano opzioni in Catalogna e nei Paesi Baschi inesistenti a livello dello Stato. Perché quella Spagna identificata nella monarchia e nel potere economico e mediatico non rappresenta l’insieme del paese.

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