CULTURA

«Freespace», alla ricerca di ombre e trasparenze

GIULIA MENZIETTIITALIA/VENEZIA

Un inno all’architettura capace di offrirsi alla collettività come dono, come atto di generosità, dove la «terra diviene il cliente», e la natura il serbatoio dal quale attingere i materiali. Così è stato illustrato il senso di Freespace, la XVI Mostra d’Architettura della Biennale di Venezia, curata dalle due progettiste irlandesi Yvonne Farrell e Shelley McNamara. A Palazzo Giustinian ha presieduto il tavolo, in solitaria, il presidente Paolo Baratta, mentre le due curatrici hanno parlato in collegamento via skype, bloccate nelle proprie case dalla tempesta di neve che ha colpito l’Irlanda.
NELL’INTRODUZIONE, Baratta si è più volte soffermato sulla dimensione civile dell’architettura, «la più politica di tutte le arti, lingua dei cittadini e strumento di autogoverno», per poi entrare nel vivo della mostra: sei mesi di apertura al pubblico, incontri con gli architetti nei weekend dedicati, il progetto speciale per Porto Marghera, il padiglione con il Victoria&Albert Museum di Londra e la sezione della Biennale Sessions con la partecipazione delle Facoltà di Architettura. Saranno 65 i Padiglioni partecipanti (tra questi l’ingresso di Antiqua&Barbuda, Arabia Saudita, Guatemala, Libano, Mongolia, Pakistan e Santa Sede), selezionati non con una tradizionale formula a invito, ma a seguito di un’autocandidatura, assecondando le loro volontà di dialogare col mondo attraverso la finestra della Biennale.
Pochi i dettagli sull’esposizione da parte di Farrell e McNamara. «In questo ruolo di curatrici non ci siamo spogliate della veste di architetti - spiegano - abbiamo studiato a lungo l’architettura delle Corderie e del Padiglione centrale, cercando di interpretare e celebrare le differenze tra le due strutture: una lineare, l’altra labirintica, una pensata come spazio espositivo, l’altra no, con luci e proporzioni completamente diverse». Nessuna anteprima, invece, sulle scelte intraprese.
SARANNO 71 GLI ARCHITETTI selezionati, divisi in due sezioni: Close Encounter e The practice of teaching. Nella prima sezione 16 progetti si confrontano col tema del tempo, riprendendo questioni del passato per affrontare il futuro; alla base di questa sezione l’idea di «continuità dell’architettura, come ponte tra l’arcaico, il contemporaneo e il futuro». La seconda sezione affronta la questione dell’insegnamento e raccoglie progetti di architetti docenti, chiamati a confrontarsi col tema della ricerca, della trasmissione del sapere, della relazione con la comunità scientifica.
Freespace è un concetto che è stato già anticipato lo scorso giugno attraverso una sorta di decalogo che, in vari punti e attraverso alcuni esempi, tracciava la cornice di riferimento entro la quale leggere quest’edizione della Biennale. Il contesto è molto differente dallo spirito «militante» di Reporting from the front. Non si dimentica il senso di responsabilità dell’architettura, ma ci si allontana dal fronte per godere dell’esperienza visiva di un’ombra riflessa sul pavimento in pietra, piuttosto che del senso di gravità o leggerezza che un rivestimento in laterizio può regalare a chi lo osserva.
Per spiegare quest’idea, forse apparentemente tanto poetica quanto vaga, le due progettiste si sono servite di diverse immagini: il Palazzo Ducale di Venezia immerso nella nebbia «una nuova struttura poggiata sulla crosta terrestre che dà piacere a chi la guarda, e col suo gioco di luci esprime il miracolo della vita e della natura»; il Duomo di Siracusa, come rivelazione del tempo non lineare dell’architettura; l’Abbazia di Thoronet in Provenza, come spazio trasportatore di luci e suoni capace di arricchire chi lo vive; infine due loro realizzazioni: la sede della Bocconi a Milano «dove un muro di vetro di 8 metri permette alla città di guardare e partecipare alla vita degli studenti», così come il Campus universitario a Lima dove «i venti del Pacifico si fanno strada nella torre per interagire con la comunità degli universitari».
L’ULTIMA IMMAGINE è quella di un albero, alla quale accompagnano il proverbio: «Una società cresce e progredisce quando gli anziani piantano alberi alla cui ombra sanno che non potranno sedersi». L’albero è l’architettura dove il legno, la luce e il piacere donato a chi la guarda sembrano stabilire le loro relazioni con il tempo passato, presente e futuro: un esempio di generosità del progetto, un esempio di Freespace. Mancano poco più di due mesi per scoprire, dal 26 maggio al 25 novembre, quali altri progetti saranno accolti nelle maglie di questo concetto.

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