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Csm, il Parlamento muto e obbediente ai partiti

Fuoriluogo
FRANCO CORLEONEITALIA

Il Parlamento in seduta comune ha chiuso in fretta e furia la partita della elezione dei dieci componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura, per cercare di ridare legittimità all’organo di autogoverno squassato dai colpi interessati del manovratore Luca Palamara.
Impresa fallita miseramente a causa della sostituzione, durante il voto, del candidato di punta di Fratelli d’Italia, l’avvocato Giuseppe Valentino, per i riflessi di una indagine della magistratura di Reggio Calabria. Il Parlamento, prono e ridotto a votificio, ha accettato il sostituto senza colpo ferire.
Già prima di questo incidente di percorso era prevalsa una modalità indecorosa per vanificare la timida riforma approvata con la legge 71 nel giugno 2022 per garantire procedure trasparenti e la parità di genere ai sensi degli articoli 3 e 51 della Costituzione.
Solo grazie alla sollecitazione dell’on. Riccardo Magi i presidenti di Camera e Senato hanno finto di rispettare la nuova norma, aprendo la possibilità di candidatura ad avvocati e professori universitari sul sito della Camera dei deputati. In realtà il nodo era come superare la logica della spartizione partitocratica che nel 1990 Franco Russo, Franco Servello e io denunciammo nel 1990 con una attenzione non scontata della Presidente Nilde Iotti che auspicò una riforma incisiva.
Martedì 17 gennaio è andato in onda in maniera riveduta e scorretta il copione della Prima repubblica: la maggioranza forte della rappresentanza parlamentare frutto della legge elettorale truffaldina, ha preteso di nominare sette membri su dieci (il partito della Meloni ha fatto la parte del leone con quattro nomi) e le opposizioni del PD, dei 5Stelle e del cosiddetto Terzo polo si sono acconciate ad accettare la prevaricazione.
L’accordo è stato sancito in segrete stanze, senza trasparenza e senza possibilità di un confronto pubblico sulle candidature vere e non quelle di facciata, di oltre duecento persone della società civile.
Si è perduta così l’occasione di costruire una modalità di discussione pubblica e di partecipazione collettiva da parte di associazioni e mezzi di informazione, per favorire la scelta di profili di alta qualità scientifica e per restituire credibilità allo stato di diritto.
E’ l’ennesima conferma che sulla giustizia la politica è pronta a polemiche strumentali, ma non a un impegno sulla risoluzione della crisi vera e profonda.
Una occasione sprecata dalle opposizioni che hanno compiuto come il PD, una scelta di valore, mentre gli altri partiti si sono affidati alla decisione verticistiche, di Conte e Renzi.
Come in passato si attuava l’esclusione dei radicali, della sinistra estrema e dei missini, ora si cancellano i garantisti di +Europa, i Verdi e la sinistra. Niente di nuovo sotto il sole dunque.
Per quanto riguarda la rappresentanza di genere, va sottolineato il fatto che quattro donne sono state espresse dalla maggioranza di destra e che le opposizioni, in assenza di coordinamento hanno scelto tre uomini. Solo le forze dell’opposizione escluse dalla rappresentanza hanno sostenuto e votato Tamar Pitch, una prestigiosa studiosa del diritto nell’ottica della differenza di genere.
Bene aveva fatto la Società della Ragione nel settembre scorso a organizzare un seminario sulla krisis, crisi del referendum, crisi del Parlamento, crisi dei partiti. Non è rinviabile tradurre le suggestioni emerse in iniziativa politica per una stagione di riforme e di partecipazione. In particolare vanno rilanciati referendum e leggi di iniziativa popolare su temi che definiscano la differenza tra una società aperta e il dispotismo. Va impostata una battaglia perché il Parlamento non sia un guscio vuoto e conquisti dignità e forza per produrre leggi e non ratificare le volontà del Governo. La sfida è di ridare rappresentanza ai cittadini con una legge elettorale proporzionale.
La posta in gioco è la democrazia.

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