CULTURA

Storia collettiva e ricordi intimi intorno alla memoria

VERSO IL 27 GENNAIO
GUIDO CALDIRONITALIA

Quello di Saul Friedländer, lo storico nato a Praga e che ha insegnato nelle università israeliane e statunitensi, è uno dei nomi imprescindibili non solo negli studi sul nazismo e la Shoah, ma anche per comprendere come tali ricerche abbiano progressivamente abbracciato visuali più larghe, non ultimo l’interrogativo sulle forme che la memoria va acquisendo mano a mano che ci si allontana dalle testimonianze dirette dei sopravvissuti. Un sintetico repertorio dell’ampio lavoro di Friedländer è offerto dal volume Lo sterminio degli ebrei pubblicato da Giuntina nell’ambito della collana Testi e Studi della Fondazione Museo della Shoah (cura e introduzione di Simon Levis Sullam, pp. 160, euro 16) che raccoglie cinque corposi saggi dello storico oggi novantenne. Tra questi interventi, uno si sofferma anche sulle contraddittorie rappresentazioni cinematografiche, e non solo, di tali vicende, tema cui sempre per i tipi di Giuntina esce ora I perpetratori della Shoah nella letteratura, nel cinema e in altri media (pp. 224, euro 20) che per la cura di Alessandro Costazza riunisce oltre una decina di interventi che offrono un’attenta analisi su alcuni casi particolari come sul fenomeno nel suo insieme.
DI TAGLIO «cinematografico» si potrebbe definire anche lo stile con cui Riccardo Gazzaniga affronta la vicenda della cattura di Adolf Eichmann da parte dell’intelligence israeliana nel 1960 a Buenos Aires nel noir In forma di essere umano (Rizzoli, pp. 512, euro 17) che ricostruisce i fatti intrecciando lo sguardo del boia nazista e di uno degli uomini che lo avrebbe identificato, catturato e trasferito a Gerusalemme perché fosse processato, l’agente del Mossad Zvi Aharoni.
Una figura meno nota dell’apparato di potere tedesco, tale però da illustrare attraverso il suo percorso alcuni dei meccanismi di funzionamento della società tedesca degli anni ’30/’40 e dello stesso Stato hitleriano, è quella di Hans Biebow, amministratore del ghetto di Lodz durante la guerra cui è dedicato il volume della storica Anna Veronica Pobbe, Un manager del Terzo Reich (Laterza, pp. 202, euro 18,00). Processato nel 1947, e condannato a morte, nella stessa città polacca in cui aveva svolto il proprio «incarico», Biebow non apparteneva né alle forze armate né era un esponente di spicco del partito nazista, eppure la sua traiettoria indica lo zelo con cui anche l’amministrazione civile tedesca abia contribuito allo sterminio.
Anche l’intenso memoir I fratelli Glass della giornalista e scrittrice statunitense Hadley Freeman (Rizzoli, pp. 396, euro 20) ricostruisce, a partire da una scatola trovata per caso dopo la morte della nonna dell’autrice, contenente lettere, fotografie e il diario della donna scomparsa, una storia andata perduta.
MA SI TRATTA di quella di una famiglia ebrea nata in un paesino dell’ex impero austroungarico, emigrata a Parigi, dove alcuni di loro avrebbero fatto fortuna tra l’alta moda e il mondo dell’arte, e di cui solo chi aveva raccolto quei ricordi prima di mettersi in salvo oltreoceano sarebbe sopravvissuta alla Shoah.

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