CULTURA

Il guadagno di avere delle antenate

«Nessuna come lei», un volume di Sara De Simone per Neri Pozza
LILIANA RAMPELLOITALIA

Con Nessuna come lei. Katherine Mansfield e Virginia Woolf. Storia di un’amicizia Sara De Simone ha scritto un libro necessario e bello (Neri Pozza, pp. 428, euro 22). Necessario perché sfida opinioni polverose, da tempo depositate nel nostro immaginario, e bello per come è scritto, a cavallo di due registri, quello saggistico e quello narrativo, senza mai stonati salti stilistici. La documentazione alla base della narrazione è molto ampia e salda: lettere, diari, romanzi, racconti dell’una e dell’altra vengono riletti e avvicinati con estrema accuratezza, lasciandoci rassicurate sulla solidità dello studio, senza che il piacere della lettura ne risenta. Dati e fatti vengono assorbiti da una scrittura agile, fresca, seduttiva, che non inventa, ma vede e fa vedere un intero mondo, quello dei primi anni del Novecento.
UN’EPOCA, più ambienti sociali, una comunità di intellettuali, la particolare atmosfera ante e post Prima guerra mondiale, luoghi diversi (dalla singola stanza alle case, dalle cliniche alle pensioni, dai giardini ai salotti...) tutto sembra affiorare con una leggerezza che sa illuminare ogni singolo dettaglio senza mai perdere il filo che tiene al centro il ritratto di due scrittrici, Katherine Mansfield e Virginia Woolf, molto diverse ma entrambe magnifiche nella loro unicità. Quello che viene narrato è un rapporto complesso, contraddittorio, carsico ma tenace, che corre tra detti e non detti, fra le righe e gli incontri, tanti e intensi, un rapporto che dopo questo libro non potrà più essere banalizzato straparlando impietosamente solo di invidia, gelosia, competizione, perché è stato (ed è) molto di più, come scrive l’autrice: «La scena che troppo spesso non figura nella storia della letteratura è quella di due donne – due scrittrici – che sono in una stanza, e parlano dei propri libri, e di quelli degli altri, e ridono, e sono d’accordo, e non sono d’accordo, e si guardano negli occhi, e si temono, e ammirano. E sono amiche». Parole che indicano che questo è un libro politico, in cui la ricerca e lo studio portano a un risultato che non riguarda solo la storia e la critica letteraria, ma rilanciano liberamente la capacità femminista di reinterpretare il già pensato con pensieri impensati, di restituire la vita e l’esperienza delle donne al nucleo incandescente della loro originalità.
Ma cominciamo con ordine, a partire dalle due frecce temporali che troviamo nell’indice: 1917 – 1923 e 1923-1941; nella prima sono raccontati gli anni che vanno dal loro primo incontro alla morte di Mansfield, anni sgranati uno dopo l’altro, seguiti con passo di formica, rintracciati e ritracciati come i bianchi sassolini di Pollicino, fino a costruire un affresco da cui sbalza il ritratto di entrambe; nella seconda corrono i diciotto anni che legano la morte di Katherine Mansfield a quella di Virginia Woolf, anni raccorciati a dire tutto il resto, tutto quel che resta tra le sue mani (e le nostre) a partire da una mancanza patita e da una presenza incontestabile dell’assenza, nell’assenza.
IL DISEGNO di questa donna «insolita», Katherine, una scrittrice arrivata a Londra dalla Nuova Zelanda, non ancora trentenne, con una vita decisamente turbolenta alle spalle, è offerto in una lettera all’amica Virginia da Lytton Strachey, letterato profondo e insieme meraviglioso pettegolo, che sa bene come far scoccare la scintilla della curiosità: «Tra gli altri ospiti c’era ‘Katherine Mansfield’ – sempre che questo sia il suo vero nome – non potrei giurarci. Ne hai mai sentito parlare? O hai letto qualcosa dei suoi scritti? È una creatura decisamente interessante, molto divertente e alquanto misteriosa. Ha parlato con grande entusiasmo de La crociera, e ha detto che desiderava conoscere te più di chiunque altro. Posso aggiungere che ha per faccia una brutta maschera impassibile, intagliata nel legno, capelli castani e occhi marroni molto distanti l’uno dall’altro; e dietro la maschera un intelletto acuto e fantasioso in una maniera un po’ volgare». Bastava molto meno per far drizzare le antenne di Woolf, eccitare il suo autoironico snobismo, la pelle sottile della sua vanità, e comincia così l’avventura di un’amicizia, la scoperta dell’Altra, l’altra con cui, da subito, condividere l’urgenza della scrittura, dell’arte come vocazione della vita, perché è «la vita della vita» che va raccontata. L’altra come specchio. La «sensazione di un’eco» la chiama Sara De Simone, perché, al di là di esistenze molto diverse, quando ciò che unisce è la passione del «fare lo stesso lavoro», del «parlare la stessa lingua», allora questa affinità supera ogni ostacolo, benché si cammini su un terreno impervio e misterioso: «Sapere di essere in due era emozionante, eccitante, ma anche spaventoso. Talvolta irritante. Significava essere esposte una all’altra, condividere con un’altra – che capiva, che vedeva – il nucleo pulsante, e più segreto, della propria esistenza».
De Simone lavora con vere e proprie sonde emozionali per guidarci alla comprensione di quel ribaltamento del nostro sguardo che mette in asse l’intero libro, con un’analisi spietata di tutti i passaggi, a volte esili, quasi impercettibili, di un percorso davvero accidentato.
PERCHÉ Mansfield e Woolf sono realmente molto differenti, nel rapporto con il corpo, la sensualità, la sessualità con uomini e donne, mariti o amanti; nella loro forza e nella fragilità. Del resto, queste due donne, coraggiose e consapevoli, stanno affrontando da sole, nel romanzo e nel racconto, la sfida della modernità in letteratura, la stessa rivoluzionaria sfida, sulla soglia del Novecento, di Joyce, Proust, Kafka, Musil, Stein... e dunque come potevano salvarsi dall’invidia, dalla gelosia, dall’inevitabile umana competizione?
«Soffrire d’invidia è terribile. Penso che l’unica cosa da fare sia confessare di provarla», scrive Virginia Woolf all’amico Roger Fry nel 1920, e giustamente Sara De Simone sottolinea l’onestà intellettuale di questo sfogo, in grado di depotenziare, «proprio perché confessata, perché non rimossa», la «passione triste, livida» cui è meglio non consegnarsi. Sono passati pochi anni dal primo incontro, e dalla pubblicazione, per la Hogarth Press, la casa editrice dei Woolf, di Preludio, di Katherine Mansfield; ci sono stati fraintendimenti e incomprensioni, la malattia le tiene spesso lontane, ma restano ancora tre anni per inanellare le parole necessarie a capire quanto la ricerca, la sperimentazione per «trovare nuove espressioni e nuove forme», le stringa in un patto che farà finalmente posto al riconoscimento reciproco di valore. All’ammirazione.
LA MORTE DI KATHERINE porterà in dono a Virginia piena e matura consapevolezza di quanto «impagabili» fossero le ore trascorse con lei, nessuna «l’aveva resa tanto gelosa», nessuna come lei «l’aveva fatta sentire meno sola». Una volta aperto, nulla può interrompere il dialogo tra due donne: «Sapere di essere in due significava rinunciare all’idea di essere l’’unica’, ma dava in cambio molto altro. Non era un guadagno costante, continuo, senza ombre e senza ambiguità, ma c’erano momenti in cui toccare con mano quella verità aveva un valore inestimabile». Questo guadagno sarà confermato dalla pratica di relazione fra donne nei nostri anni Settanta, ma già all’inizio del secolo due meravigliose antenate hanno indicato la strada che De Simone mette a fuoco con lucida intelligenza. C’è molto altro in questo libro, basta leggerlo.

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