VISIONI

Il racconto della guerra nel sentimento del vissuto quotidiano

La ricerca di una memoria collettiva, l’autobiografia, il desiderio di spiazzare le etichette di ogni genere
CRISTINA PICCINOFRANCIA/LIBANO/BEIRUT

«Mi piace creare confusione, e non sopporto le etichette, specie quella di ’regista, donna, mediorientale’ che nonostante tutto continuano a incollarmi addosso». Si racconta così Danielle Arbid, regista e artista nata a Beirut e arrivata in Francia a diciotto anni fuggendo dalla guerra civile che devastava il suo Paese. Un vissuto presente nei suoi film senza mai diventarne l’unico il solo tema. Anzi il sentimento del conflitto se attraversa la sua poetica è sempre tra situazioni e riferimenti diversi, e quando il racconto è autobiografico come in Dans le champs de bataille (2004), l’esperienza di una ragazzina di dodici anni a Beirut - il personaggio della regista - sposta il suo sguardo sul quotidiano dei sentimenti, dei desideri che resistono alla guerra e non vogliono arrendersi. La guerra nei film di Arbid si fa parola (spesso negata) e ricerca ostinata di una memoria collettiva da costruire, come nel magnifico Seule avec la guerra in cui Arbid è in campo e incontra dei miliziani cercando risposte al silenzio imposto su quella storia.
Ma non c’è solo questo. E proprio perché come dice ama spiazzare, eccola percorrere altre forme di conflitti, emozionali, di irrequietezza con l’artista Antoine d’Agata (Un homme perdu, 2017) o a partire dal romanzo di Annie Ernaux nel suo ultimo film, Passion Simple (2021). In questi giorni Danielle Arbid è protagonista del festival Hors Pistes, fino al 19 febbraio al Centre Pompidou di Parigi, sul tema: Voir la guerra et faire la paix (Vedere la guerra e fare la pace) Ci parliamo su zoom.
Oggi alle guerre si assiste quasi in diretta attraverso le moltissime immagini che circolano in rete, sui social network, in televisione. L’impressione però è che questa moltiplicazione crei anche una distanza.
Forse perché l’enorme flusso di immagini catastrofiche produce in noi quasi un’abitudine che raffredda la nostra percezione invece di riscaldarla. Credo che rispetto alla «documentazione» la testimonianza sia più efficace, dà una misura umana, rende le cose personali mentre davanti a quanto si vede in rete o in tv a volte non si capisce neppure di che città si sta parlando. Avviene ora per l'Ucraina, lo è stato per la Siria. Questo senza sminuire il lavoro di chi racconta i conflitti nell’attualità, sono persone che corrono molti rischi per realizzare i loro reportage. Alla gente che incontrano però chiedono soltanto della guerra ma per chi vive in quella situazione anche il resto è importante. Mentre stavo in Libano la guerra era ovunque ma per noi che eravamo adolescenti ciò che contava erano la vita, la giovinezza. Quando sono arrivata in Francia evitavo di parlare della guerra, non volevo essere considerata per la mia sofferenza ma per quello che sono, cioè una persona; avevo l'impressione che riferirmi alla guerra produceva intorno a me una specie di «esotismo». Ero traumatizzata da ciò che avevo vissuto eppure adesso di fronte alle notizie delle guerre non so più cosa pensare. Per questo è fondamentale interrogarsi sul modo di raccontare una guerra, e su come rinnovare lo sguardo rispetto a ciascuna di esse; il mondo occidentale è complesso, e la reazione rispetto al conflitto ucraino ne è una dimostrazione. All'inizio c'era molta inquietudine, poi, piano piano, è come se le persone si fossero abituate.
Quindi in che modo si è posta rispetto al tema del Pompidou, «Voir la guerre et faire la paix»?
Credo che sia speculare in qualche modo, così quando mi hanno proposto il lavoro ho subito voluto evitare un festival «sulla guerra» provando a costruire suggestioni che andassero oltre un lungo elenco di catastrofi. Ho chiamato degli artisti e degli scrittori – come Antoine d'Agata in dialogo con Jonathan Littell – per non avere solo la voce dei giornalisti; o ancora Svetlana Aleksievic (premio Nobel per la letteratura nel 2015, ndr), che è ucraina e bielorussa, la cui opera è stata a lungo bandita dalla Bielorussia. Nel suo libro La guerra non ha un volto di donna (Bompiani) ha raccolto le voci delle donne combattenti nella seconda guerra mondiale in cui risuonano quelle di oggi. Le donne hanno una maniera diversa di raccontare la guerra e soprattutto riescono a dire come combattere trasforma le persone. Gli uomini non sanno trovare le parole per questo, hanno vergogna delle loro debolezze, non riescono a affrontare il trauma.
Nei suoi film si avverte il sentimento, la presenza della guerra ma sempre in forma di ricerca, di controcampo, di domanda più che di messa in scena diretta. Anche «Dans les champs de bataille» , che è ambientato a Beirut nel 1982, in piena guerra civile, riesce a parlare di molto altro, di adolescenza, di sentimenti pur mantenendo l’atmosfera soffocante del momento.
Ho sempre respinto l'idea di chiudermi dentro la guerra nella narrazione di me stessa e come artista. Forse Dans les champs de bataille rimane il mio solo film direttamente autobiografico. Sono libanese e francese, il Libano è il mio paese d’origine, la Francia quello d’adozione, questa duplice condizione mi porta a muovermi su dei bordi, tra delle frontiere. Sono le situazioni di rischio che mi attirano, insieme ai sentimenti estremi - e non so se questo si deve all’esperienza della guerra. Ora sto lavorando al mio prossimo film, a partire dal libro di Arno Bertina Des chateaux qui brulent, sul sequestro di un politico messo in atto da un gruppo di operai di una fabbrica che sta chiudendo, che non hanno più nulla da perdere. Mi interessa esplorare la rabbia di queste persone. E ho appena finito una serie per Canal+, 66.5, la cui protagonista è un’avvocata che difende i cattivi.
Sembra che la rappresentazione del conflitto in Libano - sia per lei tra le parole e la memoria, una tendenza che torna tra gli artisti della sua generazione. Se prendiamo «Seule avec la guerre» (2000) lei è in campo e della guerra civile cerca nel suo Paese le tracce - e dunque una possibile memoria in ognuna delle parti coinvolte.
Quel progetto è nato dalle mie domande: in Libano la guerra è finita all'improvviso e si è preteso quasi che non ci fosse mai stata. Mi chiedevo come nasce un odio così violento da portare a una guerra che ha causato almeno centocinquantamila morti. E io cosa avrei fatto se fossi rimasta lì, quali sarebbero state le mie scelte? Per circa un anno ho cercato a Beirut gli ex-miliziani, volevo fargli le stesse domande. Il fatto è che in Libano nessuno ha avuto dei luoghi in cui parlare dei traumi subiti, non sono stati istituiti dei tribunali per la conciliazione come altrove, penso al Sudafrica, dove le persone potessero dire ho fatto questo e questo e chiedo scusa. Forse non serve ma è una dimensione simbolica forte e il piano del simbolico è importante. Invece l'odio non è mai stato affrontato, al contrario è stato censurato bloccando ogni parola sulla guerra mentre molti di coloro che vi parteciparono anche da parti avverse continuavano a essere al potere. Anche i miliziani sembravano spariti nel nulla ma avevano ucciso centinaia di persone fino a poco prima. Che fine avevano fatto? Semplicemente erano tornati da dove venivano, erano il negoziante, il tassista, convivevano negli stessi spazi delle famiglie massacrate, erano dentro la nostra società. L'impressione era un po' quella di vivere con il proprio stupratore.
Anche le parole di Mohammad, il miliziano al centro di «Un tueur» - il corto realizzato per «Hors Pistes» - restituiscono il senso della guerra, quella del Libano e di molte altre, a cominciare dalla sua necessità di continuare a combattere.
Quell’uomo non aveva mai potuto dire nulla a nessuno, era rimasto solo coi suoi traumi e coi suoi fantasmi. Ricordo che l’incontro con lui mi aveva molto turbata, avevo provato quasi empatia nei suoi confronti nonostante parlasse di tutti quei crimini, che contraddiceva la morale. Avevo molte ore di conversazione insieme a lui,le ho riprese dopo molti anni per questo corto. Non si sa dove sia finito, nessuno lo ha più visto nel suo quartiere.
Anche le figure della sua famiglia tornano spesso nei suoi film, è come se attraverso di loro interrogasse se stessa e il suo Paese, pure se in modo sempre trasversale.
Con gli anni la collera che provavo da giovane è sfumata, ho voluto dare una immagine alla mia famiglia e, appunto, al Libano che continua a distruggere se stesso ogni giorno.

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