INTERNAZIONALE

Verso l’Etiopia armi italiane camuffate

Sequestrate al porto di Genova due macchine per fabbricare bossoli spacciate per un tornio. Tre indagati
ALESSANDRO DE PASCALEetiopia/italia/genova

Sui documenti d’accompagnamento avevano genericamente scritto che stavano esportando un «tornio parallelo» e «macchine per la formatura a caldo». Ma quelle sequestrate al porto di Genova da Guardia di Finanza e Agenzia delle Dogane erano in realtà una «scanalatrice» e una «rifilatrice» (del valore di oltre tre milioni di euro) utili a produrre bossoli, come peraltro riportano anche manuali e istruzioni d’uso di cui erano corredate.
I MACCHINARI in questione, all’interno di due container, erano destinati all’Etiopia, dove è in corso una guerra tra governo centrale e Fronte di liberazione del Tigray (regione che punta all’indipendenza), nel corso della quale tutte le parti si sono macchiate di crimini di guerra. Tanto che dall’ottobre 2021 una risoluzione del parlamento europeo invita tutti gli Stati membri dell’Unione europea a bloccare l’esportazione di armi verso quella nazione dell’Africa orientale. Nell’inchiesta della magistratura, coordinata dalla procura di Genova e avviata lo scorso ottobre in seguito all’individuazione dei container in questione, sono al momento tre le persone indagate, accusate di esportazione di materiali di armamento senza la prescritta autorizzazione e di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico. Mentre è stata perquisita la sede della società di Lecco che ha emesso le bolle d’accompagnamento per quei macchinari. Nel comunicato stampa diffuso ieri mattina, il comando provinciale della Guardia di Finanza di Genova non ha rivelato il nome della ditta in questione, i cui responsabili sono finiti nel registro degli indagati.
MA PER L’OSSERVATORIO sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo, The Weapon Watch, si tratterebbe della «Forza 3M srl (…), azienda che non ci risulta iscritta nel Registro nazionale delle imprese ex legge 185/1990, e che quindi non poteva richiedere l’autorizzazione all’esportazione come materiale d’armamento». Sul proprio sito internet, la società si definisce apertamente una ditta che vende «soluzioni per munizioni di piccolo calibro» (da 5,56 mm a 12,7 mm) e mostra le brochure dei propri prodotti. Questi i dati aziendali: «di recente costituzione» (marzo 2021), ha un capitale sociale limitato (20.000 euro), dichiara una sede che è solo legale e nell’unico bilancio sinora presentato dichiara in fatturato irrisorio (circa 116.000 euro) con «un solo dipendente». Ecco perché, sempre secondo The Weapon Watch, la Forza 3M srl «sarebbe scarsamente affidabile per essere autorizzata all’esportazione di materiale militare». Anche se, rivela ancora l’Osservatorio, «è strettamente collegata a un’altra azienda lecchese, la Minuterie 3M srl, appartenente agli stessi esponenti societari e che opera dal 1995 nel settore delle minuterie metalliche. Quest’ultima nel bilancio 2021 ha dichiarato un fatturato di 12,7 milioni di euro (raddoppiato rispetto al 2019) e 61 dipendenti impiegati in uno stabilimento della zona industriale di Lecco».
THE WEAPON WATCH tiene a chiarire che «i materiali presentati all’imbarco non erano qualificabili come dual use, perché specificamente destinati alla fabbricazione di munizioni, come conferma la presenza di stampi per il calibro 7.62x39 mm, tipico delle armi da guerra di produzione sovietica e in particolare dell’AK-47 Kalashnikov, fucile d’assalto che è stato anche prodotto su licenza in Etiopia negli stabilimenti del Gafat Armament Engineering Complex». Non è la prima volta che al porto di Genova avvengono episodi di questo tipo o l’export di armi verso aree di conflitto (come Yemen e Siria).

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