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Che cosa ricordare e perché

In una parola
ALBERTO LEISSITALIA

Venerdì prossimo sarà il 27 gennaio, Giornata della memoria, che con una decisione delle Nazioni unite fu istituita nella stessa data nella quale, nel 1945, le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.
La ritengo in assoluto la più importante delle tante, forse troppe, giornate che una volta all’anno ci ricordano qualcosa di negativo - spesso tragicamente negativo - che tendiamo a dimenticare. La persecuzione degli ebrei da parte del nazifascismo, fino al proposito inaudito di cancellare l’intero popolo ebraico con una «soluzione finale» negli ultimi anni della guerra, è l’abisso in cui è precipitata gran parte della cultura e della politica della “civilissima” Europa. Qualcosa che davvero non bisogna dimenticare mai, soprattutto se abitiamo proprio in questa parte del mondo.
Per noi italiani, inoltre, ci sono ragioni in più, particolari e speciali. Nei mesi scorsi ci siamo ricordati, più o meno, che con la “marcia su Roma” il fascismo si affermò in Italia un secolo fa, nel 1922, divenendo ispiratore dello stesso nazismo tedesco.
Eppure è lecito dubitare dell’efficacia anche di questa ricorrenza. Se lo chiede, per esempio, sull’ultimo numero dell’Espresso, Massimo Castoldi, filologo e autore anche di libri di storia, come il recente Piazzale Loreto. Milano, l’eccidio e il «contrappasso» (edito da Donzelli), segnalando un semplice e inquietante dato: secondo Eurispes se nel 2004 il 2,7 per cento della popolazione italiana credeva che la Shoah non fosse mai esistita, oggi questa percentuale sarebbe salita al 15,6. E non c’è bisogno di soffermarsi sul fatto che abbiamo al governo del paese persone che non sentono il bisogno di scostarsi definitivamente dalla storia di un partito - il Movimento sociale italiano - che in tutto il dopoguerra non ha mai nascosto le sue radici nostalgiche. Nostalgia per una dittatura che «coronò» la sua vicenda con le leggi razziali e con la partecipazione a una guerra da cui l’Italia uscì distrutta, subendo ancora adesso sul piano globale le conseguenze di quella sconfitta e catastrofe nazionale.
In vista della ricorrenza giornali, periodici e programmi si riempiono soprattutto di immagini e memorie delle vittime, di storie delle persone e delle famiglie che patirono persecuzioni, prigionie e lutti tremendi. E si parla dei racconti scritti dai sopravvissuti: autori famosi, e persone quasi sconosciute. Tutto ciò è sacrosanto, e deve certamente continuare, e non solo una volta all’anno.
Bisognerebbe, però, insistere di più, come suggerisce Castoldi, nel «restituire complessità storica» alla tragedia degli eccidi contro gli ebrei. Un esito che ha radici in una tradizione antisemita che ha attraversato religioni e culture europee nei secoli, fino a divenire parte centrale dell’ideologia aberrante del nazifascismo.
Aggiungerei che ogni soggetto politico e culturale che discende dalla storia europea dovrebbe riflettere a fondo e apertamente su che cosa non ha funzionato nella propria tradizione: anche per non aver saputo vedere in tempo gli esiti di atteggiamenti se non conniventi quanto meno non consapevoli dei rischi che si aprivano con le derive nazionalistiche e razziste che hanno preceduto le affermazioni fasciste e naziste.
Qualcosa che purtroppo riguarda la storia ma nuovamente anche il presente.
E che emerge molto poco, in termini adeguati di profondità e di ricerca, nel discorso politico-mediatico prevalente. Ci sarebbe poi da chiedersi in che modi questi interrogativi e queste conoscenze siano presenti, quotidianamente, nei programmi e nella vita delle scuole.

 

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