VISIONI

Ifigenia in Tauride fra barbarie, fughe e varie «umanità»

GIANFRANCO CAPITTA ITALIA/NAPOLI/Pompei

Il teatro grande di Pompei ha forse la location più bella del mondo, ma continua a pesare con la massa di quel suo cemento su una necropoli che la lava immobilizzò, e «preservò» ben vitale, per sempre sotto la sua potenza incandescente, e che ha conservato poi per secoli e millenni, come testimoniato le scoperte e gli scavi che continuano a lasciarci sorpresi e ammirati. Il manufatto (costruito solo una quarantina di anni fa) non è detto che strida particolarmente con l’ambiente circostante, ma certo conferisce all’insieme una inquietante, quasi extraterrestre, ambiguità temporale.
QUEST’ASPETTO sembra ora riflettersi anche sulla vicenda di Ifigenia in Tauride, protagonista e perno della tragedia di Euripide, che vi è stata ospitata nei giorni scorsi. È una tragedia assai poco rappresentata (un paio di mesi fa Valerio Binasco a Torino aveva rielaborato lo stesso personaggio nella versione «in Aulide» dello stesso autore): solo Massimo Castri in epoca recente vi aveva lavorato a fondo, scoprendone incongruenze e debolezze dei personaggi, e non certo del drammaturgo. Del quale proprio Castri aveva evidenziato la progressiva sfiducia nella storia e nel mito, in una Atene che andava rapidamente mutando alla fine del quinto secolo. Ne aveva evidenziato, il regista toscano, l’affievolirsi dei fondamenti e la disinvoltura crescente che tanto potevano avvicinarla a noi oggi. Così da averne realizzato due versioni immediatamente successive (spingendole progressivamente verso la commedia), prima con Anna Maria Guarnieri e poi con Stefania Felicioli protagoniste. E, in ogni caso, con una irresistibile fuga finale col simulacro di Artemide, che pareva nascere da qualche brillante film d’azione americano. La regia di Jacopo Gassmann adesso sembra all’inizio prendere quella stessa strada dissacratoria, ma che solo in parte gli riesce. Il coro delle donne di Tauride non riesce a liberarsi da pose e accenti che ci hanno raccontato la classicità fino agli anni 50. Così che ora anche le immagini proiettate sui due schermi giustapposti sullo sfondo (di Brinchi e Spanò), rischiano di non aver legame immediato con la vicenda. E addirittura anche la protagonista Anna Della Rosa, universalmente apprezzata per la sua bravura, usa qui un tono «tragico» che rasenta a tratti la maniera. L’unico a non seguire il tono generale è l’Oreste di Ivan Alovisio, che grazie a questo appare spesso vero protagonista. Perché la sua recitazione parte ed elabora proprio attorno alla «umanità» del personaggio, senza trascendenze ormai lontane per la sensibilità di oggi.
LA STORIA del resto ha una incredibile «modernità». Perché dal ciclo tragicissimo e sanguinario dell’Orestea di Eschilo, con tutti quei morti e quelle figure ormai «condannate» al mito (Agamennone, Clitennestra, e Cassandra e compagnia), la condizione della «figlia salvata» dagli dei, abita ora in un luogo, la Tauride appunto, «selvaggio» sì, ma anche abbastanza laico, e per molti versi anche «ingenuo», tanto che la fuga dei due fratelli Ifigenia e Oreste, e dell’amico e ormai cognato Pilade, si rivela rapida e facile, tanto da venir soltanto riassunta in scena, raccontata e subita dall’ingenuo re locale Toante (un cammeo sbigottito e impotente, quanto buffo, di Stefano Santospago).
È UNA TRAGEDIA insomma «liberatoria», proprio per come viene sviluppata e raccontata. Atene è cambiata per l’ultimo Euripide, e tutta la forza e la liturgia del potere e dei suoi abitanti destinate ormai a una «modernizzazione» necessaria e pragmatica. Elementi che sono presenti in parte nello spettacolo realizzato da Jacopo Gassmann (comunque ricco di fascino e articolazioni), ma ancora sensibile a tradizioni, teatrali e recitative, che oggi mostrano sempre più il proprio lato debole.

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