VISIONI

Virtuosismo e sensualità nel gioco di Ohad Naharin

«MOMO» IL 10 DICEMBRE A TEL AVIV
FRANCESCA PEDRONIisraele/tel aviv

Orsolina28: uno spazio per la danza immerso tra i vigneti del Monferrato, con sale studio tra le colline, una rigogliosa serra di piante tropicali e vasche idroponiche. Due teatri, uno è un palcoscenico nel verde, illuminato dai ritmi della luce naturale tra sole e imbrunire in linea con l’approccio ecosostenibile di O28, l’altro, chiamato The Eye, è una struttura architettonica di forma ellittica, un’area circolare chiusa o aperta a seconda delle necessità, 435 metri quadri che offrono al pubblico un palcoscenico osservabile anche da fuori. Questo luogo visionario, che tra le sue iniziative sostiene anche il lavoro di giovani autori come l’italiano Adriano Bolognino, è stato fondato nel 2016 a Moncalvo, in provincia di Asti, su iniziativa di Simony Monteiro, ex danzatrice di formazione newyorchese e mecenate. Un luogo di cui si è innamorato anche un maestro della coreografia quale è Ohad Naharin, inventore del formidabile linguaggio del movimento Gaga e ispiratore dello spazio The Eye.
L’ESTATE SCORSA, con i diciotto danzatori della Batsheva Dance Company di Tel Aviv, vi ha presentato il potente 2019, in scena poi al Festival di Montpellier, tornando a Moncalvo poche settimane fa per lavorare alla novità MOMO di cui ha aperto una prova: lo spettacolo debutta questo sabato al Suzanne Dellah Centre di Tel Aviv, sarà al LAC di Lugano il 2 aprile 2023, al Théâtre de La Villette di Parigi tra il 24 maggio e il 3 giugno, tournée autunnale tra Torinodanza, Festival Aperto di Reggio Emilia, Teatro Grande di Brescia, Triennale Milano, tutti coproduttori.
COLONNA SONORA in cui svetta Landfall, album cult di Laurie Anderson e del Kronos Quartet, MOMO è un gioco coreografico che coinvolge i 18 danzatori della Batsheva. Un quartetto di uomini e due formazioni composte da 7 danzatori che si alternano: il quartetto e il lavoro dei 7 nascono separatamente per unirsi in scena in una fase successiva. I quattro si muovono all’unisono, linea pulsante, quasi un basso continuo, attorno alla quale danzano individualmente i 7 sviluppando imprevedibili connessioni. «Il processo – segnala Naharin – determina la differenza del risultato». Una scrittura coreografica di cui sono co-autori i danzatori. «Qualcosa che ha a che fare con la dinamica, l’organizzazione, i volumi, il virtuosismo, la sensualità, la follia». La bellezza che emerge dal caos, una feconda forma d’esperienza aperta a tutti.

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