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Editoria, andamento lento con brutta sorpresa

Ri-mediamo
VINCENZO VITAITALIA/ROMA

Lo scorso martedì 29 novembre si è tenuta presso la commissione cultura della camera dei deputati l’audizione di inizio della legislatura del sottosegretario con delega all’editoria Alberto Barachini.
Il testo presentato appare in continuità con impegno e proposte del predecessore Giuseppe Moles.
Per fortuna, sembra tramontata l’idea liberista di tagliare il fondo dedicato alle testate più deboli del mercato, vittime prelibate dell’età di Giulio Tremonti cui aderirono pure i 5Stelle dell’epoca gialloverde.
Se mai, quel settore meriterebbe di essere rilanciato, perché è una delle poche aree di sviluppo possibile del comparto martoriato della stampa quotidiana e periodica. Sottolinea il sottosegretario, infatti, che tra il 2010 e il 2020 la perdita è stata di 2,4 miliardi di euro (da 4,4 a 2 mld). E, si può aggiungere senza tema di smentite, che il tracollo delle vendite è costante e senza fine. Nel medesimo periodo si è transitati da 6 milioni di copie giornaliere vendute a 1,250 ml. Anche l’offerta digitale batte il passo, visto che l’enfasi convegnistica per le nuove tecniche diffusive si è rivelata prevalentemente un’operazione di marketing. Si legga il lungo e affascinante tomo di Jill Abramson (Mercanti di verità. Il business delle notizie e la grande guerra dell’informazione, 2021 edizione italiana) ampiamente recensito su il manifesto, per comprendere il valore e i limiti della resurrezione dei malconci New York Times e Washington Post, avvenendo secondo i riti aggressivi dei due siti Vice e Buzzfeed maestri nell’eccitare le asprezze dell’età numerica.
La novità della comunicazione di Barachini sarebbe stata, dunque, una coraggiosa rottura con un passato destinato a soccombere, per anticipare con un’agenda creativa il momento (tra il 2030 e il 2032) in cui la galassia Gutenberg si spegnerà.
Tuttavia, sarebbe stato alquanto pretenzioso che già fosse buona la prima. Le occasioni non mancheranno, ma attenzione alle nubi che si addensano prima del temporale e della bufera, per citare Renato Rascel.
Nel testo si evocano le risorse speciali introdotte dalla recente normativa, con 90 milioni di euro previsti per quest’anno e ben 140 nel prossimo.
Grazie all’insistenza della federazione nazionale della stampa, una quota è prevista per la trasformazione in contratti a tempo indeterminato dei co.co.co che gridano vendetta al cospetto di dio. Auguriamoci, però, che si tratti dell’apertura di una stagione di vere certezze per una categoria impoverita e popolata da un precariato dilagante.
Una domanda sorge spontanea. Come mai Forza Italia rivendica con insistenza proprio quella casella posta sotto l’egida della presidenza del consiglio, le cui deleghe non hanno a che vedere con le televisioni commerciali tuttora gelosamente custodite da Silvio Berlusconi? La domanda è legittima, ma trova una prima risposta nel dispositivo del citato Dpcm pubblicato nella Gazzetta ufficiale del passato 16 novembre, laddove si stanziano – per cominciare- 35 milioni di euro per gli investimenti in tecnologie innovative effettuati dalle emittenti. Gatta ci cova.
Attraverso un bel buchetto normativo, dunque, il solito corteo della televisione rimette il naso in un mondo che riguarderebbe la crisi dei quotidiani e dei periodici.
E, poi, il partito di Arcore ritiene blasfemo stare fuori dal banchetto mediale. Una piccola vedetta, quando si parla di comunicazione e di reti, è fondamentale per chi è in odore permanente di conflitto di interessi. Ed è un capitolo, quest’ultimo, ormai rimosso.
Una notizia importante contenuta nella relazione riguarda la questione delicatissima delle agenzie, i cui affidamenti sono in scadenza alla fine dell’anno. Si andrà ad una proroga o si sceglierà la strada di una gara?
Sul sito del dipartimento per l’editoria si legge una diagnosi accurata del quadro europeo. Si vedrà che la via concorsuale – in un ambito così delicato- non è certamente l’unica opzione.
Buon lavoro, Alberto Barachini, con un allarme doveroso. I poteri dell’informazione sfuggono, ormai, ai democratici livelli istituzionali e intanto Parigi brucia.

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