INTERNAZIONALE

L’Africa dei Maroons e di Koulibaly per il diritto al calcio

Palla al piede
PATRIZIO GONNELLAuganda/Kampala/italia

Luzira è una prigione di massima sicurezza e sta circa dieci chilometri da Kampala. Ci sono tremilacinquecento detenuti che vivono in condizioni paragonabili a quelle di tutte le galere ugandesi, dove il tasso di sovraffollamento raggiunge la percentuale del trecentocinquanta per cento. Le condizioni igieniche e sanitarie sono durissime. Qualche anno fa è stata data un’opportunità ai detenuti, quella di scrivere una Costituzione del carcere. Così il calcio ha avuto il suo riconoscimento e in prigione è nata una vera e propria accademia calcistica. Nello stadio interno al carcere di massima sicurezza di Luzira, con una capienza di cinquemila posti, la maggiorparte dei quali rigorosamente in piedi, gioca la squadra dei Maroons Football Club che milita attualmente nella serie B dell’Uganda. Lo stesso nome della squadra ‘Maroons’ evoca la storia di chi ne fa parte: persone lasciate al proprio destino, abbandonate a se stesse, schiavi in fuga. Eppure a fare i calciatori sono le guardie. La storia del club è qualcosa di speciale. Viene fondato nel 1965 con il nome Prison Football Club e vince nel 1968 e 1969 i primi due campionati della premier league ugandese. Nel 1970 arrivò ai quarti di finale della Coppa dei Campioni dell’Africa. Il presidente del club è anche il direttore generale delle prigioni del paese. Si sono alternati anni bui con tentativi di rilancio di questa strana squadra di proprietà dell’amministrazione carceraria. Nel 2007 i Maroons tornano i serie A e da allora hanno iniziato un sali e scendi tra la prima e la seconda serie, giocando in prigione, dove si svolge anche il torneo dei detenuti che però preferiscono chiamarsi Liverpool, Manchester United, Chelsea o Arsenal anziché Maroons. In Uganda oggi ci sono circa settantamila detenuti, quasi tutti maschi e giovani. Forse se facessero giocare anche loro nei Maroons la squadra avrebbe maggiore fortuna. Lo stesso vale per la nostra Astrea che milita nel campionato di eccellenza laziale e di proprietà del Ministero della Giustizia. Perché non aprirla alla popolazione detenuta oltre che agli appartenenti della Polizia penitenziaria?
Dopo una settimana abbondante di Mondiali le squadre africane hanno avuto risultati altalenanti, con partite roboanti insieme, altre deludenti e l’exploit del Senegal di Kalidou Koulibaly, approdato agli ottavi di finale. Il Marocco è ben posizionato e oggi si gioca tutto contro il Canada.
Sono circa tremila e cinquecento i detenuti provenienti dal Marocco. A ciò vanno aggiunti almeno altri cinquemila detenuti africani. Sono inoltre novemila i detenuti in Italia che hanno un’età compresa tra i diciotto e i ventinove anni. E altri settemila circa tra i trenta e i trentacinque anni. Lo sport agonistico potrebbe essere un’occasione che potrebbe tradurre in fatti, quelle che a volta sono solo vuote parole di risocializzazione. Esiste una Polisportiva che da qualche anno è stata messa in piedi da due associazioni – Antigone e Progetto Diritti – con il sostegno dell’Università Roma Tre e dello studio legale Legance. Si chiama Atletico Diritti. Tra le sue squadre c’è quella femminile di calcetto che gioca a Rebibbia nel campionato Csi, quella di tennis-tavolo nell’istituto maschile di Rebibbia che milita in serie D, quella di calcio maschile che è in seconda categoria laziale, quella di basket in promozione, quella di cricket in serie B. Per farle andare avanti e per moltiplicare le iniziative di sport, nell’ottica che questo non è solo intrattenimento ma è un vero e proprio diritto individuale e collettivo, ci vorrebbe la generosità di Kalidou Koulibaly.

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