VISIONI

Peter Handke, padre Nobel negazionista e «parricida»

GIANFRANCO CAPITTA italia/Cividale del Friuli

Era forse l’evento più atteso (o almeno «scottante») del Mittelfest, la manifestazione che da più di trent’anni mette a confronto nella capitale longobarda del nord Italia, le culture, il teatro e le arti di quella Mitteleuropa che è stata per secoli cuore culturale pulsante del continente. E tra le manifestazioni più attese c’era proprio la ferita sanguinosa che ci ha fatto tremare tutti al momento della dissoluzione di quella che era la Jugoslavia, lasciando scie di dolore, e di domande rimaste senza risposta accettabile. In particolare l’appoggio espresso al presidente serbo Milosevic e alle sue responsabilità sanguinarie, da parte di uno scrittore, e pensatore popolare e riconosciuto, come Peter Handke.
È UNA ANTICA domanda del resto anche quella che si interroga sulla «libertà» concessa a un intellettuale o artista nel giudicare il mondo attorno a lui. Vale a dire quanto la sua grandezza artistica possa prescindere dal pensiero e dal giudizio che lui sente ed esprime sul «mondo» attorno a lui. Insomma la sua libertà di valutazione dei fenomeni e delle persone che un potere esercitano, anche quando questi confliggano contro i principi fondamentali della convivenza umana. Non è un ragionamento retorico, e neanche l’antica diatriba sui rapporti tra intellettuale e potere, che nei secoli ha visto proliferare in ogni epoca adulatori interessati dei governi e delle loro espressioni. Oggi quel principio, e diritto, trova occasione di prendere corpo su situazioni che l’informazione, con la sua velocità e globalità, rende immediatamente note e oggetto di giudizio. Anche se spesso le «accuse» divengono a loro volta alibi e macchinazione per colpire magari un pensiero scomodo e non omologato.
UN ESEMPIO per tutti è come oggi qualsiasi persona, o tanto più intellettuale, si schieri non contro la libertà assoluta e doverosa dell’Ucraina, ma avanzi anche solo semplici dubbi sulla possibilità che un suo armamento senza controllo ponga fine alla guerra (con la possibilità anzi di incrementarla e aumentarne le vittime), viene tacciato di essere «filo Putin». Anche se pensa tutto il male possibile del presidente russo e della sua politica. È un fenomeno cui assistiamo ogni giorno in tv e nei suoi talk show come sui giornali. Il caso di Peter Handke è stato ancor più clamoroso, sia per la sua notorietà internazionale, sia perché lo scrittore tedesco, oggi ottantenne, era diventato quasi un simbolo internazionale del rinnovamento intellettuale, da aver reso i titoli delle sue opere quasi dei «manifesti» di una nuova cultura occidentale: da Insulti al pubblico a Infelicità senza desideri (dedicato questo alla madre, di origine slovena, morta suicida). Oltre a numerosi altri titoli di successo (da quando cominciò a pubblicare negli anni 60) Handke ha frequentato anche il cinema: Wim Wenders ha portato sullo schermo il suo Prima del calcio di rigore, e ha scritto assieme a lui la sceneggiatura de Il cielo sopra Berlino. E Handke stesso ha diretto, dal proprio romanzo, La donna mancina.
I PROBLEMI per lui sono nati con la sua difesa, mai messa in discussione, del serbo Milosevic, anche nei momenti tragici in cui il presidente serbo ha determinato il massacro di Srebrenica con le sue ottomila vittime. Buona parte del mondo intellettuale ne ha preso le distanze, scendendo poi in guerra aperta nel 2019 quando la giuria del Nobel ha decretato Handke vincitore del massimo premio mondiale. Questo ha fatto di lui un nemico dichiarato per tutti gli intellettuali (e le stesse popolazioni) di tutte le altre ex repubbliche della federazione juogoslava. E del mondo intero, se a gridare allo scandalo contro di lui e il Nobel c’era in prima fila Salman Rushdie. Ora quel dramma e quello scandalo sono arrivati anche sul palcoscenico di Cividale con The Handke project, ovvero giustizia per le sciocchezze di Peter. Lo spettacolo, scritto da Jeton Neziraj e diretto da Blerta Neziraj, porta anche la collaborazione alla drammaturgia di Biljana Srbljanovic, ed è interpretato da un gruppo di attori provenienti da Kossovo, Serbia, Bosnia, Italia, Macedonia, e mette in scena come «personaggi» Marina Abramovic e, quale antenato parente di Handke, perfino Goebbels... Del resto i toni farseschi o trucido/zuzzurelloni non mancano, in questa «farsa» per scelta, che vuole smontare il mito Handke a colpi di mortaio, coinvolgendo anche il pubblico. Il finale è una selva di Fuck you contro Handke, Milosevic e pure la reale accademia di Stoccolma. Ma come ha commentato uno spettatore qualche fila dietro di noi, per questo «sono meglio i Måneskin»....

Supporta il manifesto e l'informazione indipendente

Il manifesto, nato come rivista nel 1969, è sinonimo di testata libera, indipendente e tagliente.
Logo archivio storico del manifesto
L'archivio storico del manifesto è un progetto del manifesto pubblicato gratis su Internet e aperto a tutti.
Vai al manifesto.it