INTERNAZIONALE

Muro dem al dialogo. «Sempre più urgente un movimento pacifista in Usa»

PARLA MEDEA BENJAMIN, FONDATRICE DELL’ASSOCIAZIONE FEMMINISTA CODE PINK
LUCA CELADAUSA/ucraina/russia

La prima discesa in campo per la pace dei progressisti americani è finita catastroficamente. Difficile definire altrimenti l’appello per una conclusione negoziata al conflitto ucraino, prima sottoscritto la scorsa settimana da 30 parlamentari del progressive caucus (tra cui Alexandria Ocasio Cortez, Rashida Tlaib e Ilhan Omar) ma successivamente “ritirato” dopo 24 ore e una pioggia di critiche arrivate da ogni parte, ma specialmente “da sinistra”. L’appello non era certo radicale; ribadiva la solidarietà con il popolo ucraino di fronte all’invasione russa, elogiava le politiche di Biden e anche il sostegno militare, limitandosi ad auspicare l’affiancamento di un sincero tentativo di dialogo per un eventuale accordo di pace. La ricerca cioè del dialogo Usa-Russia che in privato molti ammettono dovrà essere necessaria condizione per la fine del conflitto. Ma la semplice suggestione di un dialogo è stata attaccata come capitolazione. Il repentino dietrofront ha poi dimostrato come sia tuttora politicamente inaccettabile ogni variazione dalla linea ufficiale dei risultati sul campo e della guerra “vincibile”, malgrado ogni indicazione sul pericoloso vicolo cieco dell’escalation. Medea Benjamin è fondatrice di Code Pink, storica formazione femminista e pacifista, autrice di un libro di prossima uscita scritto con Nicolas Davies (War in Ukraine) come prontuario per una pace possibile. Le abbiamo chiesto delle prospettive di un movimento pacifista che negli Stati uniti possa essere portatore delle istanze di un partito della pace, contro il teorema militarista dell’intransigenza.
È rimasta sorpresa dalla violenza della reazione alla lettera e dalla rapidità della marcia indietro?
Si, da entrambe le cose. Quando l’estate scorsa il testo ha cominciato inizialmente a circolare, pensavo che sarebbe stato facile trovare un centinaio di firme, almeno quelle dei componenti del progressive caucus. Sono stata una delle persone che ha battuto i corridoi del Congresso in cerca di adesioni e non avrei mai pensato di avere tante porte sbattute in faccia. Perfino quando sono andata da Bernie Sanders, suggerendo che il suo ufficio potesse farsi promotore di un’iniziativa analoga al Senato, mi è stato detto senza mezzi termini che i tempi non erano maturi, che il dialogo con Putin era fuori discussione.
Insomma si parla tanto di offramp, di “via d’uscita” con cui Putin possa aver salva la faccia, ma forse non è lui l’unico ad averne bisogno?
Proprio così, si direbbe che anche Biden e Zelensky a questo punto ne abbiano bisogno. Hanno tutti puntato la propria reputazione sull’intransigenza. Dal punto di vista di una organizzazione femminista come Code Pink, rileviamo il solito militarismo al testosterone a cui siamo abituate. Dove ci si immagina possa portare questa guerra? Credo che in Europa siate forse un passo avanti per quello che riguarda la contestazione. In tutte le città americane che visito però incontro gruppi che stanno iniziando ad applicare pressioni ai propri rappresentanti, quindi credo che siamo agli stadi iniziali della costruzione di un movimento che potrebbe crescere velocemente dopo le elezioni.
Quindi non esclude che possa organizzarsi un movimento pacifista anche in Usa?
Sì, anche se mi preoccupa molto il fatto che l’opposizione alla guerra sia stata in parte cooptata per ora dalla destra. Durante le finali di baseball (world series) alcuni spot repubblicani attaccavano Biden per tutti gli aiuti spediti in Ucraina che ci avvicinano alla potenziale guerra nucleare. Paradossalmente le voci più forti contro la guerra sono state quelle di Trump e Tucker Carlson (commentatore Fox News, ndr). I progressisti faranno bene a prendere la parola e in fretta. Invece abbiamo esempi come quello di Ilhan Omar (parlamentare del Minnesota parte del progressive caucus, ndr) che normalmente è una delle voci più incisive sulla politica estera, che ha prima firmato poi rinnegato l’appello a negoziare dicendo che le circostanze erano mutate e davanti alle critiche di alcuni attivisti ha apertamente sostenuto le forniture di armi. Se non riusciamo ad avere dalla nostra parte nemmeno qualcuno come lei, significa che sarà più difficile del previsto costruire un movimento ampio.
Paradossalmente vi sono state prese di posizione, perfino da personaggi come Kissinger, a favore di un maggiore impegno per trovare soluzioni pacifiche…
Sì, ci sono molte voci, accademici, ex diplomatici, ex militari come il generale Mike Mullen, ex capo di stato maggiore, l’ex ambasciatore a Mosca, Jack Matlock, ex funzionari della Nato, oltre a personalità internazionali come il papa e il segretario dell’Onu Guterres. Molte però stentano a farsi sentire nella stampa mainstream. Una critica particolarmente lucida l’ha fatta Jeffrey Sachs (economista della Columbia, ndr) ma dopo aver affermato che vi erano buone probabilità di una responsabilità americana nell’attentato al gasdotto Nord Stream 2, è stato radiato dai talk show.
Quali sono le prospettive per un movimento pacifista internazionale?
Mi sembra che iniziative come le manifestazioni per la pace indette in Italia siano positive. Abbiamo intenzione di rafforzare i collegamenti con gruppi come Stop the War in Inghilterra e l’International Peace Bureau in Germania. Potrebbe essere utile invitare attivisti europei qui da noi per convincere i nostri politici. È urgente progredire e farlo in fretta.

Supporta il manifesto e l'informazione indipendente

Il manifesto, nato come rivista nel 1969, è sinonimo di testata libera, indipendente e tagliente.
Logo archivio storico del manifesto
L'archivio storico del manifesto è un progetto del manifesto pubblicato gratis su Internet e aperto a tutti.
Vai al manifesto.it