VISIONI

«L’opera da tre soldi» di Kosky celebra Weill ma dimentica Brecht

ROMAEUROPA
GIANFRANCO CAPITTA ITALIA/ROMA

Il pubblico dell’Argentina e di Romaeuropa Festival ha tributato un vero trionfo al ritorno di un grande classico del ’900 come è L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht e Kurt Weill portata dal Berliner Ensemble. La messinscena da parte di Barrie Kosky è tutta tesa (parole del regista che a Berlino è però direttore in scadenza della Komische Oper...) a privilegiare la grandezza musicale di Weill, che per la verità nessuno trascura, se si pensa come si sentano spesso canticchiare quei «motivetti» immortalati da noi da Milva, e prima da Milly. In effetti quella di Kosky può apparire come vera resezione chirurgica di tutta la parte «sociale»(e quindi politica) dell’intreccio, come appariva in Brecht e perfino nell’originale di John Gay di fine ’700. Nucleo e motore della messinscena odierna del Berliner, è quindi la grande cura per la parte musicale, mentre il cuore drammaturgico della vicenda è tutto erotico, col simpatico sbruffone Mackie Messer (e un interprete straordinario, Nico Holonics) che fa incetta, di cuori e del resto (non solo favori e gelosie, ma passioni e paradossi) di tutti i personaggi femminili.
MANCA INSOMMA, se non appena accennato, il nucleo di partenza del monopolio dei mendicanti gestito da vero capitalista/criminale da Peachum, padre di Polly inanellata tra le donne di Mac. I personaggi ogni tanto si spericolano sulle alte impalcature nere e ferree, le signore hanno abiti improbabili e le canzoni scorrono come in un loop. Senza nessuna nostalgia dogmatico-populista, verrebbe però da implorare «aridatece Bertolt Brecht».
G.Cap.

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