VISIONI

In scena con Sofocle, il mito come arma per provocare la realtà

Lo spettacolo conclude il lavoro della compagnia dopo quasi 60 anni
GIANFRANCO CAPITTAITALIA/ROMA

Per una settimana il teatro Vascello è stato affollatissimo (lo è spesso, la sua è una delle migliori programmazioni in città), ma il pubblico che si assiepava in fila per conquistare le poche decine di seggiole contrapposte che erano il luogo dello spettacolo, mostrava un atteggiamento di grande rispetto, quasi di devozione. Perché quello che andava in scena potrebbe essere l’ultimo spettacolo del «laboratorio» che un gruppo di attori e appassionati da circa sessant’anni ha inventato, maturato ed elaborato a Holstebro, cittadina danese divenuta per questo motivo celeberrima in tutto il mondo, da quando Eugenio Barba vi si stabilì per fondare il suo Odin Teatret, nel lontano 1964. Che ora, dopo tutto questo tempo, non chiude, ma cambia indirizzo e gestione, con un nuovo direttore nominato dal governo, che vi programmerà un repertorio di spettacoli più «normali».
COSÌ QUESTO spettacolo si presenta come «l’ultimo»dell’Odin, anche se probabilmente non lo sarà per Eugenio Barba che, fresco e scattante sui suoi sandali alla bella età di 86 anni, ha già stipulato un accordo con la regione Puglia per dar vita nel Salento ad una nuova istituzione che faccia tesoro di tutto il suo patrimonio artistico. Certo è comunque che questo Thebes at the time of yellow fever (Tebe al tempo della febbre gialla) chiude sicuramente un ciclo, una esperienza cominciata più di cinquant’anni fa, e di cui non sfugge una qualche «affinità» (in una sorta di effetto circolare) a chi l’ha conosciuto per la prima volta in Italia, alla Galleria nazionale d’arte moderna a Valle Giulia, invitato dall’instancabile Gerardo Guerrieri, presentarsi al pubblico italiano con la «riscrittura» (o vera reinvenzione) di un’altra tragedia greca, l’Alcesti di Euripide col titolo di Ferai.
QUESTA VOLTA a ispirare lo spettacolo, nelle sue mille pieghe e sfaccettature, è l’intero ciclo tebano di Sofocle, ovvero quello di Edipo, la sua disperata vicenda familiare, i figli in guerra tra di loro, la figlia Antigone piegata e cacciata dallo zio Creonte che ha raccolto i resti di quello stato-famiglia dalle inconfessabili parentele. Ma non è tanto a quei nodi che si ispira stavolta il lavoro di Barba (le colpe e i gesti sono ormai un dato di fatto, consumato e insanabile) quanto alla poesia che, vitale, si sprigiona ancora da quei corpi dei suoi attori, sommariamente resi simili ai personaggi del mito, ma anche trasformati, in assoluta libertà poetica, in brani di storia (quasi di biografia) degli artisti dell’Odin. Nei gesti, nei suoni inconfondibili con cui si esprimono, nella agilità con cui muovono il proprio corpo, nelle suggestioni che comunicano anche solo piegando un drappo o porgendo un oggetto. In uno scenario dove il giallo si fa colore della vita e della speranza come ha spiegato Barba, citando «l’invenzione» prodigiosa di un tubetto che a metà ’800 permise ai pittori di disporre di quella tinta già pronta, condizionando e rivoluzionando tutta l’arte successiva.
IN MODO quasi parallelo a quell’esplosione cromatica, nel teatro dell’Odin, e più che mai in questa Tebe, canto e danza danno possibilità di risposta e riproposta anche agli accadimenti più tragici della vita. Così come la ritualità che danze e canti assumono, rende all’esperienza di chi vi partecipa il valore e la chance di un rito, e forse anche di una emancipazione, se non di vera e propria «salvezza». Parallela del resto alla partecipazione, indefessa e indomita, di attori che nell’Odin, nelle sue rappresentazioni e nei suoi «pellegrinaggi» attorno al mondo, si è mantenuta forse, e sempre più nel tempo, inattaccabile, quasi da «crociati» destinati a una eterna vittoria sulla caducità del corpo e delle credenze.
Ancora un volta, in quel greco antico «adattato» ai chip delle nostre orecchie, suoni, parole, e tessuti, disegni, candele, così come danze e volute di veli e di scialli, colori ed evocazioni, restano armamentario solido per stabilire un «ponte» con lo spettatore, con la sua esperienza, fantasia, e anche debolezza.

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