POLITICA

Meloni e Draghi divisi sul Pnrr: «È in ritardo», «Va tutto bene»

Scontro sui tempi di attuazione del «Piano di ripresa e resilienza» tra la presidente del consiglio in pectore e quello uscente
MARIO PIERROITALIA/ROMA

L’immagine di una transizione consensuale e ordinata tra il governo di Mario Draghi e il prossimo guidato da Giorgia Meloni si è rotta ieri pomeriggio quando alcune fonti di Fratelli d’Italia hanno riferito che, durante l’esecutivo nazionale del partito, la presidente del Consiglio in pectore ha messo in dubbio la tempistica della realizzazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) stabilita dall’attuale inquilino di Palazzo Chigi.
«EREDITIAMO una situazione difficile - avrebbe detto Meloni - I ritardi del Pnrr sono evidenti e difficili da recuperare e siamo consapevoli che sarà una mancanza che non dipende da noi ma che a noi verrà attribuita anche da chi l'ha determinata», cioè del governo Draghi. «Ci troviamo di fronte alla fase - avrebbe aggiunto Meloni - forse più difficile della storia della Repubblica italiana: siamo nel mezzo di un conflitto, i cui contorni sembrano irrigidirsi ancora di più; restano incognite sul tema della pandemia; viviamo una crisi economica e energetica che sembra destinata a provocare un effetto domino sui prezzi delle materie prime e dei prodotti alimentari. Siamo esposti sul fronte dell'approvvigionamento energetico e in Europa è in atto un confronto senza sconti. Siamo in contatto con il governo uscente per favorire una transizione ordinata. Abbiamo margini di tempo stringenti ma noi siamo pronti. E abbiamo le competenze e le capacità».
L’USCITA di Meloni è arrivata mentre era in corso a palazzo Chigi una riunione del consiglio dei ministri che ha fatto il punto sullo stato di attuazione di quello che è giudicato unanimemente come il vero programma del prossimo governo, il suo «pilota automatico», la concretizzazione dello spirito dell’«Agenda Draghi» in oltre 235 miliardi di euro tra risorse europee e nazionali. Vista l’indiscrezione rimbalzata subito ovunque Draghi si è affrettato a precisare che non ci sono ritardi di nessun tipo. «Se ce ne fossero, la Commissione europea non verserebbe i soldi» ha detto. «L'attuazione procede più velocemente dei nostri cronoprogrammi originari - ha aggiunto Draghi - Le elezioni e l'imminente cambio di governo hanno richiesto uno sforzo supplementare, per fare in modo che il nuovo esecutivo - qualunque esso sia - possa ripartire da una posizione il più avanzata possibile. Ad oggi, sono già stati conseguiti 21 dei 55 obiettivi e traguardi previsti per la fine dell'anno, e ci aspettiamo di raggiungerne 29 entro la fine del mese».
«VIENE IL DUBBIO - ha osservato Maria Stella Gelmini che occupa il posto di ministra degli Affari regionali - che tali affermazioni di Giorgia Meloni siano un modo per mettere le mani avanti e insistere su quella inopportuna rinegoziazione del Pnrr che è stata sbandierata in campagna elettorale. Rinegoziazione che invece metterebbe a serio rischio il timing di riforme e investimenti».
NELLA NEBBIA alzata nei dieci giorni successivi alle elezioni del 25 settembre è così riemerso uno dei problemi che avevano allarmato di più la Commissione Europea e i corifei del draghismo militante. Sempre che non siano state smentite nella notte, o stamattina, le indiscrezioni pilotate da ambienti vicini a Fratelli d’Italia hanno ripreso il filo della polemica e hanno anticipato uno degli scontri che inizieranno dopo l’insediamento del nuovo governo. Meloni potrebbe giustificare la sua posizione sostenendo che il Pnrr è stato concepito in un altro ciclo economico. L’inflazione e l’aumento dei costi delle materie prime potrebbero richiedere un aggiornamento di alcune voci del piano non ancora precisate. Eventualità, in realtà, non esclusa dal commissario Ue all’economia Paolo Gentiloni. Oppure Meloni potrebbe alzare le mani per coprire eventuali difficoltà con gli alleati leghisti e forzisti sulla gestione del Piano. Un segnale di nervosismo lo ha dato ieri Forza Italia che ha lamentato l’assenza di propri esponenti nel consiglio dei ministri. Erano presenti Gelmini, Carfagna e Brunetta, persone che però hanno abbandonato la corte di Arcore. «Surreale non essere invitati».
LA TENSIONE politica è palpabile, e ieri non è mancato nemmeno il segnale inequivocabile giunto dall’agenzia Moody’s: «Senza riforme, comprese quelle del Pnrr, è possibile il taglio del rating». Il governo non è ancora nato ma già si trova in una tenaglia.

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