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In Iran Internet alla gogna

Ri-mediamo
VINCENZO VITAIRAN

In Iran, dove è in corso una sacrosanta mobilitazione civile contro l’efferatezza del regime perpetrata in particolare verso le donne, Internet ha cessato di funzionare.
La morte di Mahsa Amini, arrestata e malmenata selvaggiamente dalla cosiddetta polizia religiosa per non aver indossato correttamente il velo, ha moltiplicato le proteste come non accadeva da molto tempo. Centinaia di studenti sono ostaggio nella Sharif Univesity e tra gli arrestati c’è l’italiana Alessia Piperno. Finalmente, le iniziative stanno toccando anche l’Ovest del mondo, spesso sordo rispetto a ciò che avviene al di là della sua stretta visuale.
Tuttavia, non sembrano levarsi voci critiche e polemiche contro gli attacchi a giornaliste e giornalisti che cercano di documentare ciò che accade, e neppure sulla medioevale repressione dei social.
Ogni volta che in un regime, sia l’Iran o la Russia o l’Ucraina (dove sono arrivati in soccorso i satelliti di Elon Musk), prende piede il conflitto, ecco che si spegne la comunicazione.
Insomma, il lato bello della rete fa paura e le tenebre devono tutelare il potere segreto. La rete sembrò nella sua giovinezza l’espressione autentica della democrazia partecipata e un’occasione straordinaria per trasformare la vecchia liturgia analogica unidirezionale e autoritaria in una convergenza orizzontale. Ma di quell’opportunità poco rimase. Gli oligarchi chiamati Over The Top (da Facebook, a Google, ad Apple, a Twitter, ad Amazon) hanno conquistato la preziosa infrastruttura virtuale, trasformandola in luogo di dominio e di mercimonio lucroso dei dati delle persone.
Ci sono due Internet, a farla breve: sopra gli stati o – al contrario- al di sotto dei più elementari diritti di libertà.
Si pone una questione molto seria, allora. Che cos’è davvero Internet? Esiste qualche istituzione sovranazionale in grado di frenare gli oligarchi e, nel contempo, di impedire le soluzioni autoritarie?
Ci sarebbe, pure, un’entità appartenente alla famiglia delle Nazioni unite, ma non si avverte proprio. Si chiama Internet Governance Forum (IGF). Nacque nel 2006 ad Atene per impulso di Stefano Rodotà, dopo il varo avvenuto l’anno prima a Tunisi durante il World Summit on the Information Society (WSIS), che dell’Onu è un braccio formale.
Non è possibile che permanga simile silenzio davanti allo scempio in atto, decretando in tal modo la fine di fatto di un riferimento cui si è guardato con interesse e fiducia.
Il mondo, come ricorda sempre Papa Francesco, ha intrapreso una terza guerra mondiale a pezzi. Ora vi è persino la minaccia delle armi atomiche.
In tale contesto, la democrazia della e nella informazione è a rischio: cronisti imbavagliati e uccisi, chiusura di testate scomode e minacce costanti ci raccontano la verità tragica della situazione.
L’informazione è parte della guerra ed è in corso una prova di forza per ridurre al silenzio la parte buona di Internet. La federazione nazionale della stampa, l’associazione Articolo21 e Amnesty International sono impegnate e promuovono numerose iniziative. Non basta, però.
Servirebbe il risveglio del popolo della rete, che in passato ha avuto una funzione importante e che adesso deve tornare in scena. Va immaginata una giornata mondiale dedicata al riscatto della rete e alla riconquista di una funzione originaria rimossa o emarginata.
Il tema tocca da vicino la sorte del fondatore di WikiLeaks Julian Assange, che ci raccontò i misfatti dell’Iraq e dell’Afghanistan proprio attraverso un’informazione alternativa, capace di utilizzare la rete per ampliare consapevolezza e conoscenza. Tutto si tiene e la lotta è una sola. Nei previsti appuntamenti contro l’estradizione del giornalista australiano sarà fondamentale sottolineare il contesto delle crisi in atto, cogliendone il filo conduttore.
PS. È stato sbloccato, finalmente, il decreto per la ripartizione del Fondo straordinario per l’editoria. Si tratta di 90 milioni di euro destinati – tra l’altro- alle edicole, agli investimenti in tecnologie e all’assunzione di giovani giornalisti. Un plauso, dopo averlo criticato per i ritardi, al sottosegretario con delega Moles.

 

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