CULTURA

Paesaggi in fluida connessioneritracciano i sentieri della Storia

CASTELNUOVO FOTOGRAFIA
ARIANNA DI GENOVAITALIA/castelnuovo

Sebbene in Nigeria dilaghino terrorismo e violenza, poco è stato fatto per aiutare le vittime. E un numero significativo di persone combatte con la depressione e lo stress post traumatico; qualcuno invece trova conforto nella religione e la vita semplice». Spiega così il suo It’s all in my head l’autrice Etinosa Yvonne, «itinerario» visivo nel quale cerca di esplorare i meccanismi dei sopravvissuti al terrorismo e agli estremi casi di crudeltà nel suo paese.
IL SUO LAVORO sarà in mostra a partire da oggi nella cornice del festival Castelnuovo Fotografia, che quest’anno compie dieci anni e per celebrare questo importante traguardo sfoggia un nutrito ventaglio di proposte italiane e internazionali, aprendosi a Paesaggi plurali, Differenti trame, Molteplici genealogie, come recita il titolo voluto dalle direttrici artistiche Michela Becchis e Elisabetta Portoghesi (la manifestazione nasce da un progetto originale dell’associazione Dieciquindici ed è finanziata da Regione Lazio tramite bando per le iniziative culturali sul territorio). Fra le muse che sovrintendono al compleanno tondo, ci sono Kae Tempest e Donna Haraway perché il fil rouge che tesse insieme le sfaccettate visioni presentate è quell’idea di connessione che pone in scacco ogni rigida dualità, chiamando in campo una fluidità che assume come proprio dna la mutazione, l’abbattimento dei confini e lo sguardo «divergente».
Il festival, che si snoda all’interno della Rocca cinquecentesca di Castelnuovo di porto, borgo alle porte di Roma, si concentra in due weekend densi di esposizioni, incontri, laboratori, letture di portfolio, talk con gli e le ospiti di questa edizione. E nel giorno dell’inaugurazione si svolgerà anche la proclamazione del miglior libro fotografico 2021 nell’ambito del Premio Marco Bastianelli.
ATTRAVERSO LE IMMAGINI in mostra, si viaggerà in Messico dove Giulia Gatti ha esplorato l’istmo di Tehuantepec (Oaxaca) con il suo Corazonada dedicato alle donne che abitano quel luogo. E si arriverà fino in Pakistan con Autumn Leaves & other Stories di Ahmed Faizan Naveed, che narra fragilità e empatia fra territorio e persone anziane, con il paesaggio e una germinazione esistenziale che scorre loro addosso.
L’artista romana Sara Bernabucci con Open Cluster (at the memory of) ricrea nelle sue stratigrafie gli oggetti che sceglie, raggrumandone la memoria in tracce, mentre un fenomeno atmosferico come la caduta della neve si fa narrazione emozionale e autobiografica nel ciclo di opere Rosa Lacavalla (menzione speciale Cdpzine2020): la neve finisce per segnare la relazione contrastata con la madre, riprodotta attraverso immagini d’archivio scattate dal padre dell’autrice durante la sua infanzia e da lei rielaborate in camera oscura.
DA UNA DIARISTICA quasi intima (che in fondo è universale) si passa a quella che ha riempito le pagine della Storia: in Nos visages (i nostri volti), l’artista tunisino Nidhal Chameckh disegna prendendo spunto da articoli usciti su riviste come Le Miroir, fondata nel 1910. I «volti» del suo titolo si ispirano ai ritratti - dettati dalla propaganda coloniale francese e da un immaginario esotizzante - di fanti senegalesi e berberi. Non hanno nomi, sono stati cancellati dalla narrazione ufficiale, ri-schiavizzati nel silenzio delle loro vite. Chameckh allora ibrida le loro facce con nuove identità che appartengono al suo tempo, ambasciatrici di presenti e future resistenze.

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