INTERNAZIONALE

Oltre 76 uccisi e lavoro a rischio: repressi dentro e fuori le piazze

Almeno 3mila arresti. Tra loro Faezeh Hashemi Rafsanjani. E l’ayatollah ultraconservatore Hamedani apre alla protesta
FARIAN SABAHIIRAN

Oltre 76 morti, 3mila persone arrestate, tra cui in tarda serata anche Faezeh Hashemi Rafsanjani, ex deputata e figlia dell’ex presidente Ali Akbar Rafsanjani, nota attivista per i diritti delle donne. È il bilancio provvisorio delle proteste in Iran, le più importanti da quelle che nel 1979 culminarono nella cacciata dello scià. Oggi nelle piazze iraniane viene convogliata la frustrazione sia dei ceti popolari colpiti dalla crisi economica sia della classe media che chiede maggiori diritti. Mahsa Amini era originaria della provincia, non apparteneva alla borghesia di Teheran. Anche per questo molti si identificano in lei e nel dolore della famiglia. E in strada scendono più donne del solito.
TRA QUESTE ANCHE chi metterebbe comunque il velo, anche se non fosse obbligatorio, ma non vuole che le figlie siano obbligate a indossarlo e tanto meno vengano prese di mira dalla polizia morale e uccise.
In questi giorni a esprimersi a favore dei dimostranti sono in tanti, soprattutto sui social network. Tra questi, l’ex calciatore Ali Karimi, eletto giocatore asiatico dell’anno nel 2004 e soprannominato il Maradona d’Asia. Su Instagram è seguito da 1,2 milioni di persone. La sua ultima storia inneggia alla libertà (azadì), alla «mia patria» (vatan-e man), al «mio Iran» (Iran-e man) e al fatto che la rivoluzione del 1979 sia stata fatta in nome degli «ultimi della terra» (i mostazafin). Domenica, il capo della magistratura ha però dichiarato che «chi incoraggia le proteste sarà ritenuti responsabili». Una minaccia, soprattutto per gli utenti dei social. Ma è un fake la notizia secondo cui una villa di Ali Karimi sarebbe già stata sequestrata. Il ministero dell’intelligence invece prevede multe, carcere e perdita del lavoro e degli studi per chi sarà arrestato alle proteste.
È PROBABILMENTE alla luce di questa minaccia del capo della magistratura iraniana che si spiega il comportamento di un anziano membro del clero sciita. Turbante bianco, sopracciglia scure, barba candida e occhiali senza montatura, moderni. È così che appare il Grande ayatollah Hossein Nouri Hamedani. Dal seminario religioso nella città santa di Qum, a sud della capitale Teheran, Hamedani chiede alle autorità di «soddisfare le richieste del popolo». Per evitare di pagare un prezzo troppo alto per la propria vicinanza ai manifestanti, aggiunge che «il popolo iraniano ha sempre difeso la Rivoluzione» e critica «quei pochi che hanno causato subbuglio e insultato la santità». La presa di posizione dell’ayatollah sarebbe molto cauta, anche perché la repressione non ha risparmiato il clero. A sorprendere è il fatto che a chiedere alle autorità di «soddisfare le richieste del popolo» non sia un esponente del clero riformatore ma l’ultraconservatore Hamedani, ripreso dall’agenzia Isna. Classe 1925, il religioso è noto per le sue posizioni integraliste: si era contraddistinto per la richiesta di epurare le università dai professori anti-islamici e atei; era a favore della repressione nei confronti dei dervisci e dei sufi messa in atto nel 2006, durante la presidente dell’ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad; e nel 2008 aveva criticato l’intellettuale iraniano Abdolkarim Soroush dicendo che i suoi scritti sarebbero «peggio di quelli di Salman Rushdie»: di fatto, una condanna a morte.
IN MERITO AI DIRITTI delle donne, nel 2003 Hamedani si era opposto alla ratifica della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne (Cedaw), ed è sua la fatwa contro la presenza delle iraniane negli stadi. È quindi strano che sia stato proprio lui a prendere posizione. L’unica spiegazione è la percezione del pericolo per la Repubblica islamica da parte del religioso e del suo entourage: l’ayatollah ha compiuto 97 anni e, per quanto lucido, non è certo lui a gestire la pagina web noorihamedani.ir, disponibile anche in inglese. Evidentemente, di fronte all’indifferenza del leader supremo, qualche altro esponente della gerarchia sciita si rende conto che il regime rischia, prima o poi, di saltare.
ORA, IL PROBLEMA è che l’obbligo del velo nei luoghi pubblici fu imposto dall’ayatollah Khomeini il 7 marzo 1979: rinunciarvi vorrebbe dire mettere in discussione uno degli elementi chiave dell’ideologia khomeinista. Viene da domandarsi quanto sia rimasto della Repubblica islamica voluta da Khomeini nel 1979: se la rivoluzione era stata possibile grazie ai denari versati dai mercanti (i bazarì) nelle casse delle moschee, dei seminari religiosi e quindi degli ayatollah, oggi a comandare pare siano soprattutto i pasdaran, le Guardie rivoluzionarie. Sono loro, e i miliziani basij, a controllare il paese e la sua economia. E sono sempre loro a reprimere il dissenso.

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