VISIONI

«Wanna», nel gioco di specchi di una tv senza più memoria

La serie sulla «regina» delle televendite condannata per truffa sfugge al confronto con la realtà del tempo
MAZZINO MONTINARIITALIA

La distopia applicata alla quotidianità. Un pianeta dove numerose persone erano attratte da un piccolo schermo e ascoltavano il predicatore che vendeva oggetti di dubbia utilità e opere d'arte senza valore. Sogni battuti all'asta che non avrebbero migliorato l'esistenza dell'ingenuo acquirente. Le chiese erano tante, sotto forma di tv private, ed entrarvi era diventato semplice, bastava puntare un'antenna sopra il tetto di casa verso il cielo, captando un segnale da un al di là. Il resto lo facevano un disco numerato e una cornetta telefonica. Erano i tempi della Sip.
RETE A del gruppo Peruzzo era la basilica delle televendite, quella dove i sacerdoti più titolati si riunivano e indicavano ai loro credenti cosa comprare e quanto spendere. Il mondo era cambiato, almeno in parte. Nuovi medium per acquistare creme dimagranti che non facevano perdere peso, alghe miracolose per fermare un tempo che invece continuava inarrestabile a produrre rughe. Eppure le chiamate arrivavano senza sosta. E gli atti di fede spingevano miliardi di lire nelle tasche di moderni stregoni e imbonitori.
In quel mondo distopico, da non si sa dove («la classica persona che si è fatta dal niente...meno di niente»), irrompeva Wanna Marchi. Una donna «decisa» e con la «cattiveria giusta», dice di lei un collega, «geniale imbrogliona e ciarlatana» l'appella un giornalista della Rai, dove la nuova «regina delle televendite» era spesso ospitata per essere derisa. In quel momento, però, lei era più forte di ogni tentativo di ammaestramento e lo sapeva bene, non esisteva un Pippo Baudo e un Maurizio Costanzo, un Enzo Biagi e un Corrado Augias che potessero ridimensionarla. Era l'epoca del consenso, del «purché se ne parli». E allora Wanna Marchi si rafforzava, traeva energia da ogni contatto.
Netflix, nella sua superficiale rievocazione della storia italiana della seconda metà del Novecento, ha divulgato un nuovo capitolo, riportando sugli schermi Wanna Marchi, dedicandole una miniserie di quattro puntate, Wanna (creata da Alessandro Garramone, scritta con Davide Bandiera, prodotta da Fremantle Italia), utilizzando l'ormai rodato armamentario costituito da materiali di repertorio, ore e ore di televisione e di televisione che osserva se stessa, neanche fosse la stanza degli specchi della Signora di Shanghai, di tante interviste, quelle principali con Wanna Marchi e con la figlia Stefania Nobile, di musiche ridondanti a sottolineare ogni singolo istante, nel caso un'emozione fosse malauguratamente sfuggita all'attenzione dello spettatore.
La serie, tra sorrisi ammiccanti, pose studiate che fanno intendere chi abbia co-diretto gli episodi, parole sfumate che dovrebbero far pensare a qualcosa di oscuro e misterioso, i soliti riferimenti a politici e personaggi di potere, affronta i cosiddetti lati oscuri della vita di Wanna Marchi. A partire dal 26 giugno 1986, il giorno nel quale un incendio doloso brucia uno dei suoi negozi a Ozzano dell'Emilia. E poi i fallimenti, l'arresto con l'accusa di concorso in bancarotta fraudolenta e associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti, la strana relazione con l'ambigua e pregiudicata Milva Magliano, fino ai processi per truffa e di nuovo per associazione a delinquere conclusi nel 2009 con la condanna definitiva della Cassazione. Nel mezzo una delle tante rinascite accanto all'enigmatico marchese Attilio Capra De Carrè e al «grande maestro di vita» Mario Pacheco do Nascimento.
Wanna è un miscuglio di generi, un horror annacquato nel tragicomico dove si alimenta l'effimero mito di Jimmy Ghione, Antonio Ricci e Striscia la notizia. Tutto è reso aneddoto, racconto che dovrebbe nutrire il sensazionalismo. Poco importa che Wanna Marchi e figlia potessero operare nel sistema televisivo italiano indisturbate. Quello che sembra interessare gli autori della serie, è se sia giusto o meno truffare gli ingenui (tradotto in modo compiaciuto dalle protagoniste con il termine «coglioni»), i fragili, quelli che, perse le certezze del loro essere al mondo, sono disposti a credere alla pozione magica. Ma tutto questo avveniva in diretta nazionale, o no? Al solito, si è preferita la repulsione-attrazione nei confronti del demonio di turno (ieri era Vincenzo Muccioli in SanPa), al disegno di una realtà complessa.
UNO SHOW messo in scena per riportare in vita qualcosa di cui oggi si può avere memoria solo perché esiste la generazione anni ’80 abbarbicata alla sua gioventù, ai suoi riti e al suo immaginario tetro e ricco di paillette. Tra poco tutto questo scomparirà, perché l'inconsistente non ha radici se non nel suo presente. Magari, in un futuro prossimo, gli archeologi riporteranno alla luce una caverna, un po' come accade in Cave of Forgotten Dreams di Werner Herzog, nel quale si mostrano le tracce dei primitivi e i segni lasciati nella Grotta Chauvet. Chissà se quei ricercatori saranno in grado di cogliere il senso dei rinvenimenti di una civiltà vissuta alla fine del XX secolo.

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