INTERNAZIONALE

Terre e soldati, il voto dai due volti: coscritti dai territori occupati

La denuncia di Kiev: la mobilitazione di Mosca arriva in Crimea e Donbass. E cresce: il quadruplo dei 300mila uomini annunciati
SABATO ANGIERIRUSSIA/UCRAINA/DONBASS

Il secondo giorno di consultazioni per i referendum indetti dalle autorità occupanti a Kherson e Zaporizhzhia e dai governi filo-russi delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk è stato caratterizzato da un aumento considerevole della tensione. A tutti i livelli: civile, militare, locale e internazionale, la decisione di Putin di appoggiare la richiesta apparentemente formulata dalle autorità dei territori occupati, sta creando scompiglio.
La stessa Russia non sembra immune dagli effetti collaterali di quella che doveva essere una dimostrazione di forza e invece assume tutte le sembianze di una strada senza uscita. Il presidente russo Vladimir Putin nel discorso del 21 settembre ha ripetuto due volte «non sto bluffando»; i generali e i centri studi statunitensi continuano a ripetere che si tratta di un’esagerazione (in altri termini, di un bluff). È difficile stabilire quale sia la reale entità del rischio ma, tornando ai fatti, possiamo delineare quali potrebbero essere le cause dell’ulteriore escalation.
INNANZITUTTO SEMBRA che dal 27 (giorno seguente alla chiusura dei «seggi» referendari) al 30 settembre nelle zone di confine del territorio russo sarà in vigore la legge marziale che impedirà agli uomini in età abile di lasciare il Paese senza un «valido motivo» riconosciuto dal ministero della Difesa. Secondo l’agenzia russa Ria Novosti, tra l’altro, il 30 settembre Putin potrebbe consegnare un nuovo messaggio al parlamento russo. Il Cremlino negli ultimi giorni è stato costretto ad ammettere che la mobilitazione decretata mercoledì scorso ha creato «reazioni esagerate». Tuttavia, non abbiamo contezza di ammissioni sul numero dei richiamati, che potrebbe essere addirittura il quadruplo dei 300mila annunciati in un primo momento da Shoigu, né delle caratteristiche di questi futuri soldati.
STANDO A FILMATI e documenti provenienti dalla stessa Russia, le clausole indicate tre giorni fa rispetto alle condizioni fisiche dei richiamati e alla necessaria esperienza di combattimento sarebbero già venute meno. Parallelamente Putin ha annunciato l’inasprimento delle pene per renitenti alla leva e soldati che si arrendono.
IN CRIMEA la situazione si è già aggravata per i residenti. Secondo l’agenzia di stampa Kryminform, che cita il governo locale filo-russo, «gli uomini devono ottenere un permesso dagli uffici locali di arruolamento militare prima di poter lasciare la penisola». Sempre in Crimea, le forze armate russe starebbero cercando di «mobilitare quanti più uomini possibile» tra la popolazione tatara. Lo ha affermato ieri il presidente Zelensky, aggiungendo che si tratta di «un tentativo deliberato della Russia di distruggere il popolo tataro di Crimea».
A proposito degli ucraini che vivono nei territori occupati, il presidente ucraino li ha esortati a mettersi in salvo nascondendosi dalla mobilitazione russa «con ogni mezzo», evitando le cartoline militari e cercando di raggiungere il territorio controllato da Kiev.
Chi è stato mobilitato con la forza nell’esercito russo dovrebbe «sabotare qualsiasi attività del nemico, ostacolare qualsiasi operazione russa, fornire (all’Ucraina) qualsiasi informazione importante sugli occupanti - le loro basi, i quartieri generali, i magazzini con le munizioni - e alla prima occasione passare alle posizioni (ucraine)».
Ma la Crimea non è l’unica exclave dove la mobilitazione è in atto. Secondo Segiy Haidai, ex governatore del Lugansk, con il pretesto del voto «vengono rilasciati passaporti russi alle persone ai seggi e, contestualmente, avvisi di mobilitazione agli uomini». Anche il ministero della difesa ucraino ha confermato che «nelle regioni di Zaporizhzhia e Kherson, le autorità occupanti hanno iniziato a notificare le convocazioni di leva agli uomini in età da coscrizione che hanno rinunciato alla cittadinanza ucraina e hanno ricevuto passaporti della Federazione russa».A Mariupol, secondo testimonianze che al momento non possono essere confermate, le autorità russe starebbero ricattando la cittadinanza reticente con lo spauracchio del licenziamento immediato dal posto di lavoro e della privazione totale del salario.
DAL PUNTO DI VISTA diplomatico, i Paesi del G7 hanno condannato ancora una volta la decisione di Mosca e hanno definito, in un comunicato congiunto ufficiale, i referendum una «violazione del diritto internazionale, i cui risultati non saranno riconosciuti». Tra l’altro, nella stessa sede, il capo del Consiglio europeo, Charles Michel, ha chiesto l’esclusione della Russia dal Consiglio di sicurezza Onu e il ministro degli esteri turco Çavusoglu ha detto che il suo Paese è favorevole all’abolizione del diritto di veto russo all’Onu.
Non poteva mancare la presa di parola della Nato che attraverso il suo segretario generale, Jens Stoltenberg, ha espresso la preoccupazione che il Cremlino dopo i referendum «affermerà che il territorio russo è stato attaccato con l’aiuto delle armi dell’Alleanza». Tuttavia, secondo Stoltenberg, la Nato non ridurrà il sostegno all’Ucraina.
INTANTO NELLO STATO maggiore russo continuano i cambi al vertice. Il generale Dmitrij Bulgakov, responsabile della logistica dell’esercito, ieri è stato sollevato dall’incarico. Al suo posto il colonnello generale Mikhail Mizintsev, diventato tristemente famoso per aver guidato l’assedio di Mariupol.
S. ANG.

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