INTERNAZIONALE

Fra gli sfollati in viaggio per Kharkiv

IN DIREZIONE OPPOSTA ALLA CONTROFFENSIVA
SABATO ANGIERIucraina/Kharkiv

Una fila di auto incolonnate e due piccoli autobus aspettano in una stradina di Volokhiv Yar, dietro l’ingresso dell’autostrada M3 che da Kharkiv si interrompe ad Artemivsk, al confine con il territorio separatista del Donetsk. Secondo i militari ucraini ora si riesce ad arrivare a Slovjansk, e quindi a Kramatorsk, direttamente, senza dover tornare a Dnipro.
MA ALLE PERSONE in attesa importa poco la riapertura del traffico verso il Donbass, tanto sarà una prerogativa dei militari. Qui, scortato da due vecchie “Lada” della polizia ucraina, una in testa e una in coda, il convoglio attende di partire alla volta di Kharkiv. Sono principalmente anziani e alcune donne con i figli al seguito e si spostano nel capoluogo per diversi motivi. Vengono quasi tutti da villaggi diversi e nella maggior parte dei casi non si conoscevano prima di arrivare al punto di raccolta. Oleksandra e il figlio piccolo per raggiungere il marito, dislocato in città; Olena per accompagnare il marito Dmitro all’ospedale, «è malato, deve fare i controlli» spiega; Yura e quella che in primo momento penso sia la moglie, ma invece è la sorella più o meno coetanea, perché la loro casa di famiglia è stata distrutta. La moglie di Yura è già stata portata via in ambulanza, il marito della sorella è morto anni fa. Hanno tutti facce stanche e sono impazienti di partire. Da sei mesi non si spostano dal paese e molti di loro probabilmente già prima non erano mai andati oltre Kharkiv. Non vogliono farsi riprendere in quello stato da profughi che a molti crea imbarazzo, le signore si schermiscono e Yura, prima che Oleksandra lo facesse calmare convincendolo a parlare, si era messo a urlare qualcosa di simile a «ti sembra giusto?». La ragazza gli spiega che è per documentare come li hanno ridotti i russi ma lui non si convince: parlerà, d’accordo, «ma senza telecamera».
YURA RACCONTA che sono stati mesi molto duri, «era difficile trovare qualsiasi cosa», e poi non c’erano soldi. «Se andavi al negozio comunque dovevi pagare», dice. Gli racconto che in altre parti dell’Ucraina alcuni proprietari di alimentari vicino alla linea del fronte facevano credito agli abitanti dei villaggi. «Qui no, vicino a noi c’erano due alimentari che hanno chiuso quasi subito». «Anche perché i militari russi si sono presi tutti poco dopo essere arrivati». A lui hanno fatto del male? No, né a lui né ai suoi, ma la moglie era malata ed era praticamente impossibile trovare cure, «grazie a Dio ha resistito». I russi non consegnavano aiuti alimentari? «Ne ho sentito parlare, non ricordo chi me l’ha detto, forse i russi stessi; ma io non ho mai visto né ricevuto niente». Come a molti altri in questi mesi, chiedo anche a lui, nato e cresciuto nell’Urss se si aspettava una guerra. «In Russia una volta non eravamo ricchi, c’erano molti problemi ma anche alcune cose buone, il problema è che tutto ciò si è perso, Putin non ha nulla a che vedere con quel mondo, per lui siamo solo degli ostacoli verso il suo sogno di ricostruire l’impero… è come uno zar, capisci?». Gli dico che capisco. Dopo un po’ aiuta la sorella a salire in macchina perché è stanca e si siede al volante anche lui.
OLEKSANDRA invece si direbbe di buon umore, felice quasi, se non fosse per il volto bianco e smunto accentuato dai capelli biondi che iniziano a mostrare quale filo bianco. Non vede il marito dal 2 aprile, a volte sono riusciti a rimanere in contatto ma aveva sempre paura che i militari russi venissero a sapere che lui era arruolato e che per questo lo ricattassero. O che usassero lei come arma di ricatto, per questo non usciva mai e se lo faceva aveva sempre una gran paura. A questa frase ha un brivido e si ferma per un istante, «ma ora è passata, per fortuna». Il bambino nel frattempo giocherella intorno a noi e ogni tanto si viene a nascondere dietro le sue gambe. Alla fine lo prende in braccio e gli inizia a dire «è vero che oggi vediamo papà?». Le chiedo se ha saputo del discorso di Putin, dice di no e la saluto.
PIÙ AVANTI, su un mezzo corazzato danneggiato durante i combattimenti, i soldati ucraini hanno lasciato la “Z” caratteristica delle forze russe e hanno aggiunto, con una bomboletta spray, «iZium zè Ukraina», ovvero «Izyum è ucraina» e poi una data e il solito insulto a Putin.
PER CURIOSITÀ chiedo al posto di blocco se posso proseguire fino a Slovjansk, «certo» risponde il soldato con l’aria strafottente che sembra sottintendere «se proprio ci tieni». Il commilitone vicino, che era rimasto qualche metro in disparte, gli chiede cosa ho detto e poi interviene, «per quale motivo vuoi andare a Slovjansk?». Dico che era solo per chiedere, non la prende bene, in guerra la curiosità è pericolosa.

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