SOCIETA

«Troppi fiumi tombati, c’è il rischio che saltino per aria»

Andrea Goltara, direttore del Centro italiano per la riqualificazione fluviale (Cirf)
LUCA MARTINELLIITALIA/marche

«Al di là della causa specifiche di ciò che è avvenuto la settimana scorsa nelle Marche, gli elementi su cui si sta concentrando la magistratura, come i mancati interventi per dragare i corsi d'acqua o per costruire argini più alti, dimostrano un problema culturale notevole, perché nel contesto che viviamo oggi la soluzione non la incontreremo ripetendo le cose che abbiamo fatto finora» dice Andrea Goltara. È il direttore del Centro italiano per la riqualificazione fluviale (Cirf), si batte per realizzare azioni che portino i corsi d’acqua in condizioni più vicine a quelle naturali. «Stiamo sperimentando eventi che non sono più in equilibrio» sottolinea di fronte ad eventi estremi come quelli occorsi tra l'entroterra e la costa marchigiana.
Come dimostrano le piane allagate lungo il corso del fiume Misa, fotografate dall'alto prima dell'ingresso a Senigallia (An), «oggi possono capitare esondazioni anche in contesti in cui un certo spazio è stato lasciato al fiume», senza per altro salvare dal fango la città. Oppure, le acque possono farsi strada lungo centri storici che non erano mai stati toccati prima delle piene» in modo così violento, ed è il caso di Cantiano (Pu), il cui centro storico poggia su tre torrenti tombati, il Tenetra, il Bevano, il Burano.
Come aprire un dibattito sulla questione dei fiumi?
Servirebbe un approccio epocale, focalizzato sull'esigenza di restituire spazio. Di questo, però, non c’è traccia negli interventi che si leggono sui giornali dopo l'ennesima tragedia e nemmeno nella programmazione di azioni a scala locale o di bacino. Varrebbe però la pena ricordare che nei documenti di indirizzo che vincolavano il governo all’uso dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) in merito ai fiumi c’è scritto che l'esecutivo dovrebbe dare priorità ai progetti per "liberare" i corsi d’acqua, ma a parte il progetto sul fiume Po sembra che tutti gli altri se ne stiano fregando: il Pnrr a quanto pare si userà per alzare gli argini e per costruire nuove "casse di espansione", che sono comunque opere idrauliche, infrastrutture. Questa, a mio avviso, non è transizione ecologica e non è quello che stanno facendo altri Paesi europei. Chi oggi dice che "bisogna fare prevenzione", purtroppo intende dire che dovevamo costruire più opere prima, solo questo hanno in mente. Fare prevenzione, però, vuol dire altro. Ad esempio, avviare un censimento di tutti i corsi d’acqua tombati d’Italia, pianificando dov'è possibile interventi di stombamento. Non basta, non è più sufficiente, immaginare un’aggiustatina realizzando opere di protezione che canalizzando le acque spesso portano più danni che benefici al territorio.
Perché dovremmo avviare un censimento?
«Perché non lo sappiamo ma abbiamo migliaia di chilometri di corsi d’acqua tombati, e poco a poco in questa nuova fase caratterizzata dai cambiamenti climatici salteranno tutti per aria, come dimostrano gli esempi del Bisagno o del Fereggiano sotto Genova, del Rio Maggiore sotto Livorno, del Dragone ad Atrani (Sa). Bisogna informare la popolazione sul fatto che sono situazioni particolarmente a rischio. Di Cantiano ho ricercato delle ortofoto, trovando on line delle immagini del 1977, in cui i corsi d'acqua erano già stati deviati. Questo mi porta a dire che è tempo di rivedere anche interventi "storici", che magari per ora sono stati gestiti alzando gli argini, ma in un sistema che, ripeto, oggi non sta più in equilibrio. E non sto affermando che nel bacino del Misa, dando spazio al fiume, avremmo evitato gli allagamenti, ma bisogna replicare a chi dice “è successo perché non hanno costruito le casse d’espansione”.
In un commento affidato alla pagina Facebook del Cirf avete richiamato l'esigenza di una legge che impedisca il consumo di suolo. A Senigallia tra il 2006 e il 2021 sono stati impermeabilizzati quasi 50 ettari di suolo e si è continuato a costruire anche dopo la precedente alluvione del 2014. In termini percentuali, il suolo asfaltato o cementificato è pari all’11,5%, mentre la media regionale si ferma al 6,94%.
Dopo l'alluvione, va in scena l'intervista di rito all'imprenditore che ha perso tutto. Senza chiedersi perché diversi interventi di edilizia industriale siano realizzati nella pianura esondabile. Dovremmo invece ripercorrere gli iter che hanno portato ad autorizzare a costruire in aree che palesemente fanno parte del fiume. Eppure anche nelle aree urbanizzate oggi dobbiamo trovare un nuovo equilibrio. Però non esiste un piano di delocalizzazione, né un programma né finanziamenti allocati. Ormai è una banalità, ma una legge sul consumo di suolo non è ancora stata approvata. Tutto questo varrebbe anche senza climate change, ma a maggior ragione in una fase come quella attuale, in cui gli eventi estremi hanno tempi di ritorno che non siamo più in grado di determinare. Anche i numeri che usiamo per la pianificazione, lasciano il tempo che trovano. Dobbiamo esser preparati a eventi catastrofici, anche in contesti dove non ce ne sono mai stati.

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