SOCIETA

Piovono pietre, anzi peggio. Vietato bere le precipitazioni

LUCA MARTINELLIMONDO

Piovono Pfas, anche nelle regioni più remote come l’Antartide o gli altipiani del Tibet: l’acqua piovana, ormai ovunque nel mondo, è piena di sostanze chimiche pericolose prodotte dall’uomo, quelle che appartengono alla famiglia delle sostanze per- e polifluoroalchiliche, Pfas appunto. Anche se nel mondo occidentale non beviamo più la pioggia, questo dato - reso pubblico nei giorni scorsi, grazie a un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Science & Technology e frutto del lavoro di un gruppo di ricercatori dell’Università di Stoccolma e del Politecnico di Zurigo - dovrebbe allarmarci: è un indicatore (l’ennesimo) della scarsa qualità dell’ambiente in cui viviamo.
«GLI ESSERI UMANI che risiedono nelle aree industrializzate del mondo non bevono spesso l’acqua piovana nella vita moderna, ma dovrebbe comunque essere un’aspettativa ragionevole che l’ambiente sia abbastanza pulito da rendere l’acqua piovana e l’acqua dei torrenti di montagna alimentata dalle precipitazioni sicura da bere. Inoltre, in alcune parti del mondo, in particolare in alcune regioni aride e tropicali, l’acqua piovana rimane un’importante fonte di acqua potabile», scrivono i ricercatori nello studio.
Il problema principale è che tutti i Pfas sono estremamente persistenti nell’ambiente o si decompongono in Pfas estremamente persistenti, il che è valso loro il soprannome di «sostanze chimiche per sempre». Diffondendosi a livello globale nell’atmosfera, esse di conseguenza possono essere trovate nell’acqua piovana e nella neve anche nelle località più remote della Terra. Inoltre, negli ultimi 20 anni sono emerse nuove conoscenze sulla loro tossicità.
«NEGLI ULTIMI 20 ANNI, i valori guida per i Pfas nell’acqua potabile sono diminuiti in modo sorprendente. Ad esempio, il valore guida per l’acqua potabile di una nota sostanza della classe dei Pfas, l’acido perfluoroottanoico (Pfoa), cancerogeno, è diminuito di 37,5 milioni di volte negli Stati Uniti», ha spiegato Ian Cousins, autore principale dello studio e professore presso il Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università di Stoccolma. Così, «sulla base delle ultime linee guida statunitensi per il Pfoa nell’acqua potabile, l’acqua piovana ovunque sarebbe giudicata non sicura da bere», ha continuato Cousins.
«L’ESTREMA PERSISTENZA e la continua circolazione globale di alcuni Pfas porteranno al continuo superamento delle linee guida sopra citate», gli fa eco il professor Martin Scheringer, coautore dello studio, con sede presso il Politecnico di Zurigo in Svizzera e Recetox, Università Masaryk nella Repubblica Ceca. Di fronte al superamento delle linee guida di qualità ambientale concepite per proteggere la salute umana, «noi possiamo fare ben poco per ridurre la contaminazione da Pfas», aggiunge Scheringer. Sarebbe il caso, in questo senso, definire un limite planetario specifico per i Pfas ma - ed è una delle conclusioni del documento - «questo limite è stato superato».
Secondo i ricercatori autori dello studio, «esiste il pericolo reale che si verifichino effetti sulla salute a livello globale (ad esempio, con effetti sulla fisiologia umana)». Per questo, aggiungono, «indipendentemente dal fatto che si sia d’accordo o meno con la nostra conclusione che il limite planetario per i Pfas è stato superato, è comunque molto problematico che ovunque sulla Terra, dove risiedono gli esseri umani, non si possano raggiungere gli alert di salute recentemente proposti senza grandi investimenti in tecnologie di bonifica avanzate». Il problema è che anche se i Pfos (acido perfluoroottansolfonico) e i Pfoa siano stati eliminati gradualmente a partire da vent’anni fa da uno dei principali produttori, la società 3M, ci vorranno decenni prima che i livelli nell’acqua e nelle precipitazioni terrestri si avvicinino a livelli bassi di picogrammi per litro.
IN ITALIA ne sappiamo qualcosa: è in corso a Vicenza il «Processo Pfas» (a cui più volte il manifesto e l’ExtraTerrestre hanno dedicato articoli), legato alla contaminazione della falda acquifera di una vasta porzione di territorio in Veneto da parte della società Miteni di Trissino. Coinvolge circa 350 mila cittadini che vivono nelle province di Vicenza, Verona e Padova. Si calcolano almeno 700 chilometri quadrati compromessi.
Lu. Mar.

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