VISIONI

«Ripartire con la danza per un nuovo modello di vita»

Celebrati i venticinque anni di compagnia insieme a Pieter C. Scholten
FRANCESCA PEDRONIITALIA/ROMA

Un repertorio contemporaneo in cui la conoscenza delle tecniche, il fuoco dell’istinto, l’intelligenza fisica del corpo sono elementi cardine di un pensiero sulla danza e la sua trasmissione che da più di vent’anni continua a nutrire il contesto internazionale delle arti performative. Emio Greco e Pieter C. Scholten, alla testa in Olanda di una delle più attive piattaforme europee per la danza contemporanea, l’ICK Dans Amsterdam, hanno inaugurato con il loro We Want it All (vedi box) il Festival RomaEuropa 2022 alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica.
Di nuovo a RomaEuropa, Emio..
Sì, con il festival abbiamo una bella storia, siamo stati a RomaEuropa la prima volta nel 2004, con la trilogia Bianco, Rosso, Extra-Dry, poi abbiamo portato Conjunto di nero, siamo tornati ai tempi della direzione del Balletto di Marsiglia con Passione, sentiamo tutta la felicità di questo ritorno.
Lo spettacolo è nato nel 2020 per festeggiare i 25 anni della vostra compagnia in Olanda.
Con Pieter ci siamo incontrati nel 1995. Nel 2020, in piena pandemia, abbiamo deciso di celebrare i nostri 25 anni con uno spettacolo che unisse i finali di tanti nostri lavori. Il «noi» di We Want it All, presente anche in altri nostri progetti (il nuovo numero del magazine di ICK si intitola We, the Breath come l’ultimo loro spettacolo, ndr.) è lì per ricordarci quanto sia necessario tenere aperti gli spazi di ricerca per sé in relazione con gli altri. In questi anni abbiamo lavorato con tantissimi danzatori, alcuni di quelli che sono in scena oggi non erano ancora nati nel ’95 (sorride). È bello vedere come in ogni corpo vivano il corpo tecnico, quello mentale, il sensitivo e tutti in relazione con un unico flusso, il flusso energetico che non è solo dispendio di calore, foga, ma un’intelligenza fisica che si emana e che il corpo segue.
Da quest’anno siete anche co-direttori artistici con Elisa Barucchieri del neonato centro di produzione per la danza in Puglia, Porta d’Oriente. Quali le linee guida?
Il progetto è teso a sviluppare un centro d’arte vitale in Puglia come parte di una rete concentrata specificamente sulla danza e sulla creatività interdisciplinare sia per i nuovi creatori che per i danzatori/performer. L’idea di Porta d’Oriente si articola su due pilastri, il lavoro della compagnia ResExtensa di Barucchieri e, a nostra cura, il progetto Serra di Danza. Porta d’Oriente risponde all’idea di un centro della danza diffuso su territorio regionale, che da Bari incrocia Brindisi, Taranto e tanti altri luoghi, attraverso le molteplici attività di ResExtensa in collaborazione con organismi regionali come il Teatro Pubblico Pugliese; Serra di Danza è un progetto che Pieter e io abbiamo declinato su molti fronti tra creazione, trasmissione e ricerca: un programma di workshop e residenze internazionali e nazionali, un nuovo formato di compagnia junior, che si chiamerà Vivaio, attività concentrate sul rapporto tra Arte e Agricoltura, un Festival internazionale annuale per giovani danzatori. Il tutto sempre in collaborazione con ResExtensa e i partner pugliesi. Speriamo ci siano le condizioni reali per portarlo avanti. Sono molti anni che pensiamo e proponiamo di sviluppare un programma per la Puglia e per il Sud. Ho il desiderio di condividere con la mia terra d’origine la visione sulla danza e sulle arti sulla quale lavoriamo all’estero da tanto tempo.
Quali le prime tappe che vi coinvolgono direttamente?
Stiamo preparando la fase pilota di Serra di Danza, una residenza aperta a più danzatori possibili del territorio dalla quale arrivare a formare il gruppo junior Vivaio. Porteremo avanti un progetto di ricerca sulla cecità, noi, i sopravvissuti di una pandemia alla ricerca di una vita migliore, legato anche alla presentazione a Serra di Danza ’23 della creazione We, the Blind.
Incuriosisce tra le varie vostre proposte il progetto Arte e Agricoltura.
Conosco bene la società rurale, vengo da una famiglia di contadini, sono nato a Brindisi. Abitavamo in una masseria. Negli anni ho visto in Puglia l’abbandono di tante terre, la fine delle masserie come centri dell’economia rurale. Mi interessa individuare una masseria in cui i tenutari continuino a vivere, trovare dentro quei luoghi antichi lo spazio per una residenza tra giovani artisti e contadini. Un progetto che potrebbe innescare nel contadino una motivazione per andare avanti, incentivare soluzioni innovative nell’agricoltura attraverso l’arte, recupera mediante la danza l’attenzione tra il corpo e la terra. Una riflessione, una pratica che corrispondano alla realtà contadina non con un ragionamento astratto ma con qualcosa che abbia riscontro nel modo di vivere.
Il rapporto con l’Italia ha uno sviluppo ad Amsterdam?
Sì. Una delle attività di ICK è il sostegno alla giovane creazione. Su questo argomento con l’aiuto di Ater Fondazione individuiamo artisti italiani da portare in residenza ad ICK. È il terzo anno che diamo continuità a Nicola Galli e già abbiamo ospitato i Dewey Dell, lavoriamo a formati che permettano agli artisti di lavorare in uno spazio attrezzato confrontando la loro ricerca anche con il pubblico.

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