CULTURA

Versi per leggereil presentee la sua desolazione

POESIA
GIUSEPPE CALICETIITALIA

«Specchio specchio delle mie brame / l’Italia è la più bella del reame / proclama il teschio politico velame / (…) il paese dei balocchi / ch’è quest’Italia». L’ultimo libro di Andrea Canova, poeta dell’underground emiliano, si intitola Il mondo spiegato ai capitalisti in 126 poesie (Edizioni Il Foglio, pp. 100, euro 12).
L’autore, in una curiosa nota, cita come autori di riferimento della raccolta: da Bruno Tognolini a Noam Chomsky, da Gianni Rodari a Luciano Gallino, da Toti Scialoja a Joseph Stgklitz, da Aldo Nove a Riccardo Staglianò. Stilisticamete Canova ritorna ad una sgangherata rima baciata per parlare della realtà, rilanciando una poesia civile tragicomica. L’organizzazione del libro: ad ognuno dei paesi della provincia di Reggio Emilia che costituiscono i titoli delle poesie, corrispondono tre testi: uno proveniente dal mondo della tragica realtà attuale del «sopramondo», uno dai nonsense e dai limerick del «mondo di mezzo» e uno dal versificare libero e anarchico del «sottomondo». Tre strati di lettura che si presta a molteplici punti vista. Prevalgono sarcasmo, grottesco, humor nero, presa d’atto di un’impotenza che reagisce a una sorta di pornografia di un’anima kitsch e degradata.
VENGONO DESCRITTI i tristi postumi di quella che un tempo era una «provincia rossa» di una «regione Rossa» e della sua fine ingloriosa, oggi ridotta a popolo «docile e demente». Non a caso, in passato, Reggio Emilia era chiamata la piccola Kiev e doveva rappresentare il modello italiano del PCI una volta arrivato al potere. Mai. Risultato? La riesumazione di Canova, in chiave comico-surreale, di una poesia punk-trash che aspira disperatamente a tornare ad essere politica, ideologica, militante. E racconta, con astuzia e ironia, della precarietà di milioni di lavoratori e cittadini «vittime da potenze economiche soverchianti, dove nei piazzali di alcune fabbriche possono esserci autoambulanze pronte a raccattare chi si sente male per le troppe ore di lavoro». L’Emilia di oggi è diventata soprattutto «desolazione, desertificazione sociale, nullificazione morale». Spesso, nell’esile libro, ad ogni paese emiliano, ai segnali reali dei Comuni citati - la Balena Valentina di castellano, il Castagno di Casina piantato da Carlo Magno, - è affiancato un miserabile personaggi che non esprime più alcuna rivelazione, protesta, via d’uscita: dal tale seduto sul busto di Lenin di Cavriago ad Adriano indiano di Scandiano; da Mariastella di Quattro Castella, dal Bello di Brescello ad Albertina di Casina.
TUTTA GENTE che oggi gioca a fare il piccolo capitalista col suo striminzito conto in banca e magari il suo consulente finanziario, e ascolta attentamente «l’apostolo di finanza» che dice «non sudate abbastanza,/ cosumate in abbondanza/ riempitevi la panza». E un villano di Villa Minozzo, sull’Appennino, ridotto a barbone e preso in giro dalla gente, che «tace, sorride e allunga la mano/ che l’Italia salvò, da partigiano».

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