EUROPA

La palette della sovrana fra fiaba e impressionisti

GUARDAROBA REALE
ARIANNA DI GENOVAgb/londra

L’iconica presenza mediatica e fisica (gadget compresi) della regina d’Inghilterra è stata sempre avvolta da un doppio effetto, una specie di photoshop antelitteram. Flou e sgargiante, con tocchi di iperrealismo pittorico, per sette decadi. I colori - e ovviamente le fogge dei cappellini abbinati, pare ne conservi più di cinquemila, riposti religiosamente negli armadi di Buckingham Palace e delle sue residenze - hanno efficacemente contrastato la monotonia dei tailleur severi della sovrana, tendenti a cancellare un corpo femminile (di certo intessuto anche di emozioni e desideri) per creare un’idea astratta di potere, spogliato di genere sessuale. Così, a Elisabetta II non restava che giocare con la stravaganza cromatica.
FRA I MOTIVI PRINCIPALI del suo stile eccentrico, imbevuto di tutti i toni dell’arcobaleno e con una gamma di sfumature pastello - dall’azzurro polvere al verde acido fino al lilla dei ciclamini o al giallo limone - c’era senz’altro la sua immediata riconoscibilità: gli abiti fungevano, quasi fossero spie accese, da segnaletica di controllo, per i suoi sudditi e per le body-guard.
Ma una ragione così pratica e banale non può chiudere in un cassetto ogni variazione di quella «coloreria» ambulante che è stata la sovrana.
In un seppur remoto angolo della sua mente, l’imponente collezione d’arte reale - 7000 dipinti e circa 40mila acquerelli (passione fra l’altro condivisa da Filippo e Carlo, padre e figlio si sono sempre cimentati in pittura) oltre a ceramiche, oreficerie, arazzi, libri antichi, per un totale di un milione di oggetti - qualcosa avrà pur suggerito alla sua «gallerista» designata. Non sembra che la queen avesse una sentimentale propensione verso le arti visuali, eppure già attraverso i ritratti di personalità come Warhol, Lucien Freud e Gerhard Richter ha potuto regnare non solo sui possedimenti coloniali dell’impero britannico ma sull’immaginario, rendendo simulacro puro un’identità che invece è più che politica.
DIETRO IL RAINBOW del suo guardaroba, c’è senz’altro il Settecento inglese di Thomas Gainsborough (peraltro ritrattista della royal family) con gli abiti vaporosi delle principesse e poi ci sono le evanescenze impressioniste - sua madre prediligeva Sisley e Monet - che sfilano nelle sue apparizioni pubbliche, riconferendo alla persona in carne e ossa una specie di status totemico, confinante più col fiabesco che con la quotidianità burbera.
In mezzo ai colori pastellati, l’unico deciso protagonista di una rigorosa imponenza che rovesciava il flou, è stato il viola.
ELISABETTA I ne proibì l’uso alla gente comune, addirittura emanando speciali provvedimenti (Sumptuary Laws). La tinta doveva testimoniare lo stato elevato nella gerarchia sociale e segnalare i sovrani: solo a loro e ai parenti prossimi era permesso di indossare vestiti in «purple». Che quel pigmento se lo potessero permettere solo i ricchi è una storia che viene da lontano, fin dall’epoca dei Fenici e della città di Tiro (oggi nell’odierno Libano), dato che ci volevano circa 12mila molluschi di un murice medio per estrarre poco più di un grammo di tintura. La procedura lo rendeva così preziosissimo.
Almeno fino al 1800 quando un chimico - tal Henry Perkin - riuscì a creare un colore sintetico, maneggiando alcuni farmaci anti malaria. Nonostante tutto, quel viola resta ancora nel XXI secolo la nuance favorita dai componenti della famiglia coronata d’Inghilterra nelle grandi occasioni. Kate l’ha sfoggiata più volte, ma anche la reietta Megan se l’è potuta permettere.

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