VISIONI

«Monica», il tradimento di un mondo in un impercettibile dettaglio

IN COMPETIZIONE IL LAVORO DI ANDREA PALLAORO
CRISTINA PICCINOITALIA/VENEZIA

Monica è una giovane donna che incontriamo la prima volta in un solario. È bella, curata, ha una chioma fulva che sembra piacerle moltissimo e una spider con cui attraversa l'aria. Di lei, del suo universo non sappiamo e non sapremo quasi nulla a parte i frammenti di conversazione al telefono, le frasi che lascia su qualche segreteria telefonica di un amante, di un fidanzato, di un incontro casuale (e mancato) una sera che però raccontano molto, dicono di una rabbia e di un dolore, di malinconia e aggressività.
Intuiamo che la fisicità è per lei un riferimento importante, il seno fasciato dai vestiti aderenti, il trucco, il corpo che cura, che abbiglia, che si arrabbia quando lo tradiscono.
Chi è Monica allora? Sullo schermo del nuovo film di Andrea Pallaoro, il secondo titolo italiano del concorso, è Trace Lysette, attrice e attivista transgender alla cui presenza in ogni inquadratura il regista affida la narrazione. Ellittica, senza «ricostruzioni»: oltre le parole ogni cosa è lì, in quelle figure che si cercano nello spazio vuoto di una casa, nei dettagli frammentati del loro essere, nella presenza di Monica che il formato di ripresa 4/3 quasi «racchiude» alla ricerca di una nuova intimità col mondo.
È ancora una volta come già in Medeas e in Hannah l'universo famigliare lo spazio scelto dal regista per dare voce alla violenza con cui si scontrano scelte non «conformi» e dunque tradimento inaccettabile di un ordine, di una rappresentazione codificata del mondo.
DALLA CALIFORNIA dove vive, Monica torna nella casa dove è cresciuta, la madre ((Patricia Clarkson) sta morendo, non si vedono da venti anni, la donna neppure la riconosce, ha dei vuoti di memoria – ma forse questo non vederla come sua figlia allude a qualcos'altro, alla cesura scelta tempo prima di essere donna contro la biologia maschile della nascita: una dichiarazione inaccettabile per quella che si intuisce una famiglia borghese e conservatrice, ancorata alle tradizioni, matrimonio, figli, poco importa con quanta infelicità, e incapace anche nei più giovani come il fratello di Monica rimasto lì – e anche lui incapace di riconoscerla – di accettare qualcosa fuori dalle regole – quel suo figlio maschio che ama troppo le bambole e ha scelto un orologio rosa.
Ma Pallaoro lascia tutto questo nel fuoricampo, riempendo (bergmanianamente) di senso la scelta formale delle sue inquadrature lo traduce nei dettagli, nei movimenti impercettibili, in qualche frase, in un grido, nelle carezze di madre e figlia che si cercano e provano a ricostruire un legame di cui hanno tutti bisogno per pacificarsi col «pezzo mancante» delle proprie esistenze.
QUELLO DI MONICA è un personaggio che è passato attraverso molta fatica e molto dolore, che però non recrimina, assume la sua scelta e l'afferma cercando di perdonare chi l'ha ferita, chi l'ha esclusa, quella madre che non ha voluto accettarla.
È ancora una volta nei gesti che questo attraversamento vive: mettersi il rossetto, andare dal parrucchiere, condividere la dimensione di una «femminilità» che è stata negata perché non «naturale», un processo di consapevolezza che doveva rimanere inespresso.
Nella sua messinscena Pallaoro spiazza le convenzioni, e permette di aprire altre piste che al di là dell'esperienza del personaggio guardano, ancora una volta, alla ricerca di una libertà di potersi esprimere, di occupare un posto, di abitare per come si è – e coi propri desideri – il mondo. È una questione di accettazione e di rispetto, ma soprattutto di reciprocità. In quei sussurri e nelle grida notturne della malattia, nella fuga di Monica, nelle sue lacrime e nella sua incertezza, si esprime un movimento di riconciliazione nella famiglia e di indipendenza dalle ipocrisie e dai giudizi degli altri. Pian piano nella scoperta di questa nuova conoscenza anche Monica troverà una sua pacificazione: un inizio che è per tutti qualcosa da scoprire.

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