INTERNAZIONALE

La diocesi del vescovo arrestato: «È come ai tempi di Somoza»

SCONTRO ORTEGA-CHIESA IN NICARAGUA
GIANNI BERETTANICARAGUA/Matagalpa

Dopo il clamoroso arresto in Nicaragua del vescovo Rolando Alvarez di Matagalpa il clero della diocesi di Estelì, Madriz e Nueva Segovia (di cui il prelato è amministratore apostolico) ha emesso un durissimo comunicato contro il governo di Daniel Ortega, in cui si paragona la polizia alla «Guardia Nacional dei tempi di Somoza, costretta a compiere violazioni dei diritti umani sulla popolazione indifesa». Nel testo si fa pure riferimento con sollievo alle parole di «preoccupazione e dolore» espresse durante l’Angelus domenica scorsa da papa Francesco «per la sofferenza della chiesa nicaraguense».
Tuttavia alcuni dei detrattori di Bergoglio, che gli rimproveravano il prolungato silenzio su una persecuzione che viene da lontano, considerano ancora fin troppo cauto il suo messaggio, che non ha menzionato il fermo del prelato e soprattutto auspica «un dialogo aperto e sincero per una convivenza rispettosa e pacifica».
C’È CHI RICORDA AL PONTEFICE di aver affermato tempo addietro che «con il diavolo non si dialoga …». In questo caso satana sarebbe impersonato dallo stesso Ortega e soprattutto dalla sua vice nonché consorte, Rosario Murillo, che in Nicaragua qualcuno chiama «la papessa»: un’integralista che porta alle dita almeno una trentina di anelli, ciascuno contro un malocchio differente; e che quando il "fu" comandante guerrillero tornò alla presidenza nel 2007 introdusse per la prima volta nel paese una legge che proibiva l’aborto, compresi i casi di violazione e pericolo di vita della gestante. Oltre a farsi risposare con Ortega nella cattedrale dal cardinale Obando y Bravo per ingraziarsi i favori dell’allora arcivescovo di Managua, che era stato il più feroce nemico interno durante la rivoluzione sandinista.
Di tono ben più netto sono state invece le condanne giunte da vari episcopati latinoamericani ed europei, compresa la «solidarietà» espressa dal presidente dei vescovi italiani cardinale Matteo Zuppi, che ha parlato di «atto gravissimo contro la libertà di culto e di opinione».
INTANTO MONSIGNOR ALVAREZ è confinato agli arresti domiciliari nella casa dei suoi genitori a Managua (dove ha potuto ricevere la visita dall’attuale arcivescovo metropolitano cardinale Leopoldo Brenes). Espostosi dal pulpito fin dalla rivolta popolare del 2018 a protezione dei giovani ribelli e in difesa delle libertà democratiche, oltre che di quella religiosa, Alvarez resiste all’esilio forzato quale mediazione offerta dalla coppia presidenziale. Mentre gli altri otto suoi collaboratori sono stati tradotti direttamente nel carcere capitalino del Nuevo Chipote.
Un bel dilemma per la Conferenza episcopale nicaraguense, assai prudente fin dall’inizio della crisi; ma anche in occasione della cacciata del nunzio apostolico, della recente espulsione delle suore di madre Teresa di Calcutta e della chiusura di una decina di radio cattoliche.
IL PROBLEMA è che il fronte ecclesiastico è diviso dopo che uno dei vescovi, monsignor René Sándigo di Leòn e Chinandega, chissà se per qualche inconfessabile ricatto, si è apertamente schierato col governo. Il che può spiegare i timidissimi toni delle prese di distanza dell’episcopato (e del papa) dal regime; che il presule dissidente ha comunque sempre sottoscritto.
Regime che a sua volta, per eccessiva esposizione, comincia a registrare malesseri tra le sue fila. Con Ortega relegato ai margini per la sua malferma salute; e l’esoterica tuttofare Murillo, da sempre assai detestata al suo interno, sempre più incontenibile. Il tutto a rischio, prima o poi, di un’implosione.

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