VISIONI

La rivoluzione rock dei settanta contro i fantasmi del potere

Dieci brani in un hellzapoppin di stili fitto di citazioni glam, pop e electro
STEFANO CRIPPAgb

Sull’ottovolante con Bellamy e soci, ma su questo non c’erano dubbi. Per il nono disco in studio in uscita oggi per Warner Bros, i Muse fanno le cose in grande attraverso brani ispirati e coinvolgenti anche se omaggi alla scena glam e ai primi Queen si sprecano. Un caleidoscopio di ritmi e stili che variano dal rock più duro - quasi dark metal - all’elettronica ma che sanno aprirsi anche a melodie strutturate. Come in Ghosts - dove il referente interpretativo di Bellamy è chiaramente Freddie Mercury - How can I move on, con tanto di virtuosismi pianistici che sanno però abilmente evitare il rischio di una deriva kitsch.
Ma soprattutto, Will of the People (il potere della gente) - titolo eloquente - è un album dall’approccio decisamente politico, una sorta di umana catarsi nata tra Los e Angeles e Londra attraverso una lunga gestazione inevitabilmente segnata dagli anni pandemici. «Un disco - ha raccontato Bellamy in un’intervista al Guardian - influenzato dalla crescente incertezza e instabilità nel mondo. La pandemia, nuove guerre in Europa, massicce proteste e rivolte, un tentativo di insurrezione, destabilizzazione della democrazia occidentale, crescente autoritarismo, incendi e disastri naturali e la destabilizzazione dell'ordine globale». È stato «un periodo di preoccupazione spaventoso per tutti noi poiché l'impero occidentale e il mondo naturale, che ci hanno cullato per così tanto tempo, sono realmente minacciati. Questo album è un viaggio personale attraverso quelle paure e la preparazione per ciò che verrà dopo».
NON CI SONO sotto testi, tutto è chiaro a partire dalla roboante apertura che intitola il disco - e che gioca su una spudorata citazione di The Beautiful people di Marilyn Manson -, dove si parla della necessità di «Una rivoluzione. Spingiamo gli imperatori e i cattivi maestri nel profondo oceano, liberate i vostri figli. La rabbia sale giorno dopo giorno...». Una dura provocazione sempre sul filo dell’ironia: «abbiamo bisogno di un cambiamento. Faremo a pezzi questa nazione».
Will of the People è stato anticipato a giugno da Compliance: «Un pezzo - ha sottolineato Bellamy che ha formato la band nel 1994 nel Devon, al fianco del batterista Dom Howard e il bassista Chris Wolstenholme - sulla sottomissione alle regole autoritarie e rassicuranti falsità per essere accettati in un gruppo. Le gang, i governi, i demagoghi, gli algoritmi dei social, media e le religioni ci seducono nei momenti di vulnerabilità, creando regole arbitrarie e regole distorte a cui conformarci. Ci vendono miti confortanti, dicendoci che solo loro possono spiegare la realtà mentre allo stesso tempo diminuiscono la nostra libertà, autonomia e pensiero indipendente. Non siamo solo costretti, siamo ammassati, spaventati e incitati a produrre quotidianamente odio e tensioni».
DIECI PEZZI per un lavoro seducente nei suoni, a cui hanno partecipato nel missaggio il vincitore di un Grammy award Serban Ghenea, fortemente voluto dalla band nonostante l’iniziale richiesta della major di dare alle stampe una raccolta di successi, a cui i Muse si sono opposti: «Quando ne fai uno - ha spiegato Bellamy - significa che sei arrivato alla fine. E noi non pensiamo di avere abbastanza hit nel nostro repertorio. Noi non siamo propriamente un gruppo pop».
In autunno ci sarà anche una nuova occasione di vedere la band live ovviamente con uno show questa volta virato sulle nuove canzoni. Dopo il successo come headliner di Firenze Rocks 2022 a giugno davanti a 50 mila spettatori, i Muse torneranno anche da noi il 26 ottobre per un concerto all'Alcatraz di Milano. Intanto in Italia 50 negozi sono rimasti aperti a mezzanotte per l'uscita del nuovo album con un’iniziativa speciale.

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