INTERNAZIONALE

Trump-gate, la destra soffia sul fuoco. Usa sempre più spaccati

L’ex presidente sfrutta le sue vicende giudiziarie per dipingersi, alla Berlusconi, come una vittima della magistratura «radicale»
LUCA CELADAUSA/MAR A LAGO (FLORIDA)

Continuano a riverberare le “bombe” giudiziarie di questa settimana. La perquisizione alla reggia rosa di Trump in Florida e, in rapida successione, l’interrogatorio cui è stato sottoposto dalla procuratrice di New York Letitia James, sono conflagrate in una già volatile stagione pre-elettorale. L’effetto complessivo è stato di riportare l’ex presidente al centro dell’universo politico americano.
GIOVEDÌ, seduto davanti alla procuratrice distrettuale che indaga su possibili frodi fiscali da parte delle sue aziende, Trump si è appellato per più di quattrocento volte alla formula del quinto emendamento, rifiutandosi di rispondere secondo la protezione costituzionale contro l’auto incriminazione. La dicitura, familiare ad ogni fan di telefilm giudiziario americano è spesso invocata da chi ha qualcosa da nascondere – questo almeno quello che sosteneva nel 2016 il candidato Trump quando inveiva contro democratici che invocavano lo stesso diritto durante le indagini sulla corrispondenza elettronica ufficiale indebitamente conservata su un server privato da Hillary Clinton. «Se sei innocente», aveva aggiunto allora, «stai pur certo che il quinto emendamento non lo invochi».
IN UN ALTRO PARADOSSO l’indagine che ha portato alla perquisizione della sua residenza in Florida riguarda proprio documenti di stato impropriamente conservati da Trump a casa propria. Si parla ora di possibili informazioni riservate sull’arsenale nucleare americano. Il presidential records act comunque parla chiaro, ogni documento prodotto nel corso delle mansioni ufficiali, alla fine del mandato del presidente diventa proprietà storica dello stato e va consegnato senza indugi agli archivi nazionali. La legge introdotta ai tempi di Nixon e della sua discutibile trasparenza, è stata rafforzata con ulteriori sanzioni proprio da Trump, nel 2018 quando era utile contro l’avversaria politica. E Trump sembra averla trasgredita a partire dal gennaio 2020 quando fu costretto a sloggiare dallo studio ovale. Sui furgoni dei traslocatori vengono caricati allora oggetti, suppellettili, e souvenir. Fra queste «una quindicina» di scatole contenenti documenti vari.
Trump da presidente è stato notoriamente allergico alle regole sull’incolumità dei documenti, preferendo la dottrina acquisita in una carriera d’affari secondo cui è invece consigliabile non lasciare in giro troppe tracce. La cronaca presidenziale è piena di aneddoti sullo staff della Casa bianca costretto a ricostruire con lo scotch carte stracciate dal capo e di frammenti fatti sparire con lo sciacquone.
LA RIMOZIONE fisica delle casse è però infrazione macroscopica anche per lui, e attira l’attenzione dapprima della Commissione di inchiesta sul 6 gennaio, ed in seguito degli stessi archivi nazionali ne chiedono la restituzione. Quando, dopo molto traccheggiamento, da Mar A Lago arrivano le quindici scatole, gli archivisti constatano che queste contengono anche documenti classificati top secret e sensibili per la sicurezza nazionale. È a questo punto, all’inizio del 2022 dopo oltre un anno di tergiversazione da parte di Trump, che il ministero di Giustizia convoca un gran giurì e avvia un’indagine sulla «conservazione impropria» di documenti di stato, durante la quale matura il sospetto che le quindici scatole rappresentino solo parte del totale. Questo è apparentemente confermato da una prima ispezione del Fbi a Mar A Lago a giugno, che induce gli inquirenti a chiedere la perquisizione come estrema ratio.
MA I DETTAGLI di questo, come di ogni altro processo, non sono però che fastidiose inezie per i seguaci Maga, attizzati da Trump in uno stato di frenesia esploso dopo il “raid” del Fbi, immediatamente riformulato in termini persecuzione politica e «golpe preventivo dello stato profondo». La vicenda ha quindi offerto l’occasione per un’ “operazione d’immagine” come quelle su cui Trump costruì a suo tempo il suo impero di palazzinaro, quando era uso telefonare ai cronisti mondani dei tabloid newyorchesi per assicurarsi di comparire sulle pagine di società. Ed è utile rammentare altresì che le querele sono state il pane quotidiano della sua carriera. Secondo un calcolo di Usa Today, in 30 anni Trump e le sue aziende sono stati parte in causa in oltre 3.500 processi, spesso da lui stesso iniziati come strumento di pressione e negoziato.
È una materia in cui l’ex presidente è stato istruito da Harry Cohn, già cacciatore di comunisti con Joe McCarthy, poi diventato avvocato di famiglia dei Trump, nonché mentore del giovane Donald cui instillò la dottrina del contrattacco come difesa più efficace e una regola fondamentale: mai ammettere una colpa. L’antecedente politico più diretto invece è quello berlusconiano, che Trump ricalca per vittimismo militarizzato contro la magistratura, denunciando ogni indagine come ideologicamente motivata. I contrattacchi inoltre neutralizzano anche gli atri processi che stanno maturando a suo carico – ognuno già preventivamente inquadrato con la base come nuova persecuzione politica.
E dopo il 6 gennaio sulle rimostranze di Trump aleggia mai sopita la concreta minaccia di violenza. Dal giorno dell’incursione degli agenti in Florida, i canali della destra – dai miliziani ai parlamentari Maga - sono stati un coro di accuse, denunce e minacce contro Biden ed i suoi «radicali di sinistra», lo stato profondo ed i suoi utili sgherri del Fbi. Non erano passate 72 ore dalla perquisizione che un uomo che aveva partecipato all’assalto del 6 gennaio ha tentato di entrare armato nella sede Fbi di Cincinnati prima di essere ucciso dagli agenti.
SIN DALL’INSEDIAMENTO di Biden la sfida della sua presidenza è stata quella di “pacificare” il paese favorendo allo stesso tempo il percorso giudiziario che l’enormità dei fatti eversivi esigeva. Un’operazione delicatissima e vieppiù difficile data l’oggettiva debolezza politica dei democratici sotto la spada damoclea del nazional populismo. Con gli sviluppi degli ultimi giorni Trump ha rotto gli indugi, rianimato lo spettro del terrorismo domestico, ricompattato la destra (comprese correnti, come la Fox, che sembravano prepararsi a scaricarlo), risucchiato l’ossigeno dalla campagna per i mid-term oscurando i recenti successi legislativi di Biden e messo sulla difensiva il ministro di giustizia ed il direttore del Fbi costretti a giustificare pubblicamente le loro indagini.
Nel quinto anniversario dell’adunata nazi-trumpista di Charlottesville, Trump sembra predisposto a riprendere il ruolo di condottiero dei violenti. E la restaurazione della democrazia Usa, già assai complicata, sembra oggi ancora più incerta.

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