CULTURA

Come si invocano gli irregolari in una personale linea di devozione

SCAFFALE
NICCOLÒ NISIVOCCIAITALIA

Santi subito, il nuovo libro di Antonio Veneziani pubblicato da FVEditori (pp. 128, euro 17), non è un romanzo e neanche un saggio, né una raccolta di poesie o di prose poetiche. È una raccolta di preghiere, piuttosto, qualunque sia il genere letterario nel quale si voglia inscrivere la preghiera. Sono preghiere vere e proprie, questi pochi e brevissimi testi, sedici in tutto, che Veneziani ha scritto in onore dei suoi santi, o almeno di alcuni di loro – perché non è detto naturalmente che non ne abbia altri, oltre a questi sedici.
JAMES DEAN, Toulouse-Lautrec, Marilyn Monroe, Carlo Coccioli, Marco Ferreri, Nico, Basquiat, Copi, Allen Ginsberg, Jim Morrison, Pedro Lemebel, Dario Bellezza, Divine, Amelia Rosselli, Jean Genet, Pasolini: questi, queste sono i santi e le sante che Veneziani ha incluso qui in questo suo personalissimo tempio, secondo una sua personalissima linea di devozioni. E come si capisce non si tratta di santità canoniche, bensì di santità tutte eterodosse, irregolari, extravaganti, come nota molto bene anche Luigi Mantuano nella prefazione, quando scrive che «Veneziani coglie la santità dove noi non la vediamo». O come risulta rappresentato altrettanto bene da Pietro Contento, Emanuela Del Vescovo, Francesco La Penna e Simone Lucciola nei disegni che seguono i testi: perché sono disegni che, da parte loro, risultano perfettamente intonati al carattere del libro, ironico e dissacrante (nel senso di anticonformistico).
Ma chi lo dice che la preghiera conosca solo uno svolgimento? Chi lo dice che debba rivolgersi solo ai santi riconosciuti, canonizzati? O che abbia bisogno di parole liturgiche, o di luoghi deputati? La preghiera, nella sua accezione più aderente al vero, alla vita, non è in fondo che un discorso rivolto a qualcuno, all’Altro: chiunque sia l’Altro cui le sue parole si indirizzino. È un’invocazione, semmai: una convocazione, o l’inveramento di un’attesa o di uno sguardo. È una forma di nostalgia, una ricerca che non pretende di essere esaudita. È una parola che, attraverso l’Altro, torna a sé stessa: trasformata e rielaborata dal silenzio da cui sia stata ricevuta, che abbia saputo accoglierla. E non è detto neppure che questo silenzio, o questo Altro, debbano coincidere con un Dio; e tantomeno con un Dio che dimori chissà dove, nell’alto dei cieli, in chissà quali inaccessibili lontananze.
I SANTI E LE SANTE cui Veneziani si rivolge e che chiama a convegno sono, più semplicemente, assenze o presenze (perché in realtà nessuno dei santi convocati è oggi più in vita) che, da vicino o da lontano, conosciuti o sconosciuti, gli abbiano insegnato qualcosa e che tuttora, nei suoi colloqui interiori, in quella «comunione dei vivi e dei morti» di cui parlava Giovanni Raboni, abbiano qualcosa da insegnargli: ciascuno in funzione di ciò che è stato o che ha fatto nella propria vita, e ciascuno dunque in funzione di ciò che rappresenta, del simbolo che è diventato. Ciascuno, soprattutto, in quanto testimone di una vita condotta nella fedeltà a sé stesso o a sé stessa, ai propri princìpi, alla propria irregolarità, alle proprie debolezze: senza mai rinunciarvi o derogarvi, anche solo per convenienza, senza mai voler essere altro da sé. Nell’accettazione di tutte le conseguenze, fino a quelle estreme, che ne sarebbero derivate.
A Marilyn Monroe, ad esempio, Veneziani chiede di aiutarci «a cogliere i brevi attimi di pace»: lo chiede a lei in quanto «generosa apostola del disagio», «casto fiore cresciuto fra la sozzura che arriva fino alla finestra più alta», «vergine divina». «O sorellina, o Marilyn», la invoca Veneziani, «che mai ti sentisti accettata e soprattutto amata, adotta noi poveri sofferenti, noi lacerati dalla mancanza d’amore, noi feriti dalle altrui distrazioni e disattenzioni». Oppure da Amelia Rosselli, «lei così vera, così nuda e cruda», forse potremo imparare «a non piangere per i tradimenti»: e lei «ci sorveglierà per aiutarci a non porre speranza in persone dal cuore troppo duro e dalla testa troppo tenera». A Genet, «protettore di ladri, omosessuali, negri, migranti, travestiti», Veneziani chiede di farci «giungere alla nudità della mente e al cuore dell’anarchia», di concederci la «libertà» e di permetterci di «trapiantare la gioia senza lavorare»; a Pasolini, «che ormai niente più turba e spaventa», di intercedere con Dio per «noi poveri asociali e disgraziati seriali».
USA SPESSO IL «NOI», Veneziani, ma non pretende di parlare per conto di altri: è lontana da lui, dai suoi toni, qualunque presunzione di rappresentare a sua volta il simbolo di qualcuno o di qualcosa. Il «noi», nelle sue preghiere, sembra avere un valore diverso: quello di una comunità d’anime e di destini, forse smarrita e smarritasi, e di cui dunque a maggior ragione si avverte la mancanza. Santi subito, da questo punto di vista, può assumere un significato anche progettuale e politico, se si vuole: come un radunare le forze per resistere al presente, per nuotare controcorrente.

Supporta il manifesto e l'informazione indipendente

Il manifesto, nato come rivista nel 1969, è sinonimo di testata libera, indipendente e tagliente.
Logo archivio storico del manifesto
L'archivio storico del manifesto è un progetto del manifesto pubblicato gratis su Internet e aperto a tutti.
Vai al manifesto.it