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Sui due alunni ucraini arrivatia scuola in maggio

I bambini ci guardano
GIUSEPPE CALICETIucraina/italia

Da qualche giorno della nostra scuola sono arrivati due bambini ucraini. Oggi, nel nostro cerchio magico, il nostro cerchio delle parole, parliamo un po’ di loro, di tutto quello che sappiamo di loro. Non perché oggi loro sono assenti, solo per parlare di loro. Mi interessa quello che dite. «Loro sono due bambini come noi, solo che non sanno parlare in italiano perché non sono italiani». «Io so che loro sono venuti perché nel loro paese c’è la guerra. Ne parlano anche alla tv. C’è la guerra tra Russa e Ucraina. Ci sono tante bombe, tante cose distrutte, tanti morti, tanta paura. Allora sono venuti qui in Italia perché da noi non c’è ancora la guerra». «Però c’era stata, io lo so. Adesso no, ma prima sì. Tanti anni fa. Cento anni fa, mi sembra». «Loro sono nati in una città che si chiamava Odessa, ha detto mia madre». «Io li ho visti alla ricreazione e mi sembravano intelligenti anche nei giochi, loro non parlavano italiano ma i giochi li capivano subito. Mi pare che siano furbi. Solo che G. cammina un po’ male. Ha un piede un po’ storto». «No, ma perché lui è malato. Non riesce a fare le cose da sole. Infatti guarda sempre cosa fa suo fratello e dopo lo fa anche lui, altrimenti non riesce a fare niente». «A me sembra che una volta proprio lui ha picchiato un bambino di prima. Perché lui non capisce bene tutte le cose, anche se G. è più grande di F. capisce più cose F. e per questo sono tutti e due nella nostra classe, credo. perché non ci sono mai bambini che hanno delle età diverse nella stessa classe. Perché nessuno è bocciato. Solo i ragazzi delle medie li bocciano sempre quasi tutti e tengono solo i bravi». «Per me quando G. va alle medie, lei la bocciano». «A me dispiace molto per loro due perché non deve essere molto bello se nel tuo paese c’è la guerra». «Anche io sarei scappato come loro. Infatti i loro genitori sono scappati e insieme ai genitori c’erano anche loro che sono i figli». «F. è brava in matematica. Sa fare le operazioni. Perché poi la matematica è uguale anche in Ucraina, è uguale in tutti i pesi del mondo, i numeri sono sempre uguali». «A me sembra una cosa brutta che parliamo di loro e loro non sono qui».
Qualche giorno fa è venuta a scuola la maestra che parla la loro lingua: la madrelingua. E abbiamo avuto la possibilità di fare alcune domande e lei traduceva le nostre domande e le loro risposte. Mi dite cosa vi ricordate di quell’incontro? «A me è piaciuto quando hanno scritto il loro nome alla lavagna in stampato maiuscolo. Poi hanno letto il loro alfabeto. Ci sono delle lettere diverse ma anche alcune uguali, però quelle uguali a noi non si pronunciano come noi». «Io non sapevo che nella loro scuola, oltre la loro lingua, loro non studiavano un po’ l’inglese come facciamo noi, ma loro studiano il russo, una lingua che io non sapevo neanche che esisteva». «La loro scuola era uguale abbastanza alla nostra, come materie. Tranne italiano, si capisce. Poi avevano delle classi di circa venti alunni o poco più, un po’ come da noi. Anche se noi quest’anno, con loro due, siamo arrivati fino a quasi trenta». «Mi sono emozionato quando loro hanno letto nella loro lingua. Anche se non capivo niente. Ho pensato deve essere strano vivere in un mondo tutto diverso da quello dove erano prima, dove nessuno ti capisce e loro non capiscono niente». «Per me F. ha imparato quasi cinquanta o cento parole in italiano: bagno, quaderno, matita, gomma, eccetta. Solo che non dice Gomma con una m, Ma Goma, con una dolo M». «Forse non sanno le doppie». «Io ho visto che G. fa sempre quello che fa F. Anche quando si gioca». «Anche alla mensa, loro mangiano le cose che mangiamo noi». «Io voglio dire una cosa sulla lingua ucraina su cui parlavamo prima: non è vero che loro vivono in un mondo che non capiscono niente e non parlano mai in ucraino, perché loro sono qui con i loro genitori e seconde me in casa loro, coi loro genitori, loro parlano nella loro lingua». «Io ho sentito dire da mia madre che loro due, la loro famiglia, non stanno qui solo finché c’è la guerra, ma vogliono rimanere in Italia per sempre e suo papà sta cercando un lavoro». «Mio padre mi ha detto vivono a casa di una famiglia italiana che li ha ospitati. Ma poi vogliono avere una casa tutta loro».

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